Italia
Ippodromo, assalto al cocomeraio e D’Annunzio a caccia di sponsor
Da domani sul Tirreno i racconti di Aldo Santini: viaggio nella memoria ma con ironia livornese
Mauro Zucchelli
LIVORNO. Un flash, quasi un lampo d’un momento. Mettendo insieme magari la straordinaria archiviazione di dettagli e ritagli («vedrai, poi mi torneranno utili: non so come né quando ma di certo sarà così»), l’attenzione ai particolari minuti che aprono uno squarcio su un mondo, una interpretazione («bisogna tenere gli occhi aperti, la realtà spesso non urla»), le relazioni umane con un esercito di persone, soprattutto a tavola («la convivialità rompe barriere e formalismi, lì dentro c’è lo spazio per capire e anche per stanare la notizia»). Ecco, l’inquadratura bisogna andare a cercarsela in quell’amarcord “pantografato” dalla memoria che Aldo Santini sarebbe riuscito a raccontare sul “suo” Tirreno in un agosto come questo. E’ l’esempio di quel che ritroverete ogni domenica sul nostro giornale con gli articoli di Santini ripubblicati su queste colonne.
A dire il vero, Santini sarebbe nato quasi trent’anni più tardi, le cronache era andato a cercarsele nell’archivio della “Gazzetta Livornese” e l’aveva mescolate con quel che gli aveva narrato a una cena Giorgio Caproni, poeta-maestro di origini livornesi, ripescando dai racconti del padre ragioniere.
Nelle pagine di giornale l’aveva colpito un’immagine «dandomi il sapore tutto livornese di quella giornata». Poteva essere «la sfilata dei “landau” e dei “tiri a quattro” sul viale polveroso della passeggiata a mare, tra la gente in festa»? No. Potevano essere «gli abiti, i cappelli e gli ombrellini da sole delle dame ingioiellate che conversavano tra i recinti degli allibratori»? Neanche: troppo banale. E allora: forse «il nitrito vittorioso e la coda “più lunga di una cometa” di Emilda, una baia della Razza di Barbaricina, montata dal celebre Wright, che trionfò nel Gran Premio»? E allora cosa? «L’immagine di una bancarella presa d'assalto, fra una gara e l’altra, dal popolino che gremiva il prato. Era la bancarella del cocomeraio. Con due cartelli appesi al tendone che la sovrastava. Uno diceva: “Belle fette un soldo l'una”. E l'altro: “Con un soldino si mangia, si beve, si lava la barba e si schiaccia le seme”».
Ma questa è solo la prima metà di un racconto che, per tenere il lampione acceso sul bel mondo livornese, non poteva che averlo inzuppato in un po’ di ironia dissacrante. A maggior ragione quando si parla di un tipino tronfio come Gabriele D’Annunzio che farebbe sembrare un monaco francescano anche Flavio Briatore. Risultato: Santini mena un po’ il can per l’aia lasciando però cadere lì, fra il lusco e il brusco, che D’Annunzio aveva una certa «mania di grandezza» ed era un temperamento «scialone». Figurarsi quanto doveva assillare l’editore Treves per farsi inviare anticipi su anticipi.
Eravamo nel 1907, D’Annunzio aveva già scritto di ogni e se non gli avevano dato il premio Nobel per la letteratura era solo perché l’anno prima l’avevano dato a Carducci, si capisce. Ma insomma quel Treves non voleva riconoscergli in moneta sonante il ruolo di letterato numero uno d’Italia: l’editore ne aveva ben il motivo se è vero – scrive Santini – che «oltretutto la “Figlia di Jorio” musicata da Franchetti era stata un fiasco» e i flaconi dell’ “Acqua di Nunzia” lanciati dall’“Imaginifico” «avevano provocato uno scandalo tanto erano ignobili». Quanto basta perché il (Furbo) Vate decidesse di mettere nel bersaglio il conte De Larderel pensando di farlo fesso «promettendogli una poesia sui “cavalli alati dell'Ardenza che spiegavano come bandiere al vento le criniere profumate di salsedine”». Le solite cose che avevano fatto la fortuna di quel copyrighter che era D’Annunzio. Solo che «De Larderel era un uomo tutto sostanza»: D’Annunzio respinto con perdite, non gli «rimase che eccitare le signore descrivendo “la nuca pallida, il braccio rotondo, la curva della bocca, l'oro fulvo della filigrana” della sua ultima eroina».
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