Durò anni anziché ore quel giorno del ’44 in cui la città in pezzi riconquistò la libertà
Storici, reporter e testimoni ci riportano sulle tracce della fine della guerra Macerie, bombe e fame ma con l’orgoglio di riprendersi in mano il destino
la storia, le storie
mauro zucchelli
Càpitano giorni in cui il mondo si mette a correre e la vita non è più quella di poche ore prima: il 19 luglio 1944 – oggi ma settantasette anni fa – potrebbe essere uno di questi. È la liberazione della città da nazisti e fascisti, la fine di una guerra (anche civile) che aveva portato bombardamenti, devastazione, angherie, angoscia e morte.
La simbologia insiste su una data, quella del 19 luglio. Ma la storiografia più recente richiama l’attenzione sul fatto che la liberazione non è stata la storia di un giorno solo: lo storico livornese Angelo Gaudio (Università di Udine) ricorda il lavoro di Chiara Fantozzi (ateneo di Pisa e Fordham University) sulla “lunga liberazione”. Soprattutto le nuove autorità resistenziali e alleate, senza aver nemmeno mezza bacchetta magica, devono fare i conti con: 1) è stata pressoché azzerata la capacità produttiva delle grandi industrie, distrutte o molto danneggiate quasi due case su tre in centro (61,3%); 2) è scattata la disperata caccia all’alloggio o di qualunque cosa possa fare da tetto ai 90mila sfollati che stanno rientrando a casa; 3) ovunque spuntano migliaia di trappole esplosive e mine lasciate dai nazisti.
Lo racconterà nel suo prezioso diario (“O miei compagni”) Mario Lenzi, il giornalista che farà rinascere Il Tirreno alla fine degli anni ’70: dal Castellaccio», col cannocchiale guarda Livorno, «distrutta dalle bombe americane e dalle mine tedesche». Racconta: «Si vedevano distintamente le rovine del porto, decine di navi affondate che emergevano dall’acqua bassa, le macerie di piazza Grande, il duomo sventrato. Percorsi lentamente tutto il panorama della città morta». Lo ripeterà al saggista James Holland il sergente Bucky Walters, “ Red Bulls”, 34ª divisione della Quinta Armata: «Trovammo una città fantasma, giaceva fra le rovine sbriciolata dai bombardamenti alleati».
È un tempo così breve eppure così “lungo”: Ugo Canessa in un bel libro pubblicato nel ’98 dal nostro giornale ricorda che lunedì 17 una pattuglia americana guidata dal tenente Ray Smith si infila nell’attuale viale della Libertà: due giorni prima di quel mercoledì 19 luglio che passerà alla storia come la data ufficiale della liberazione di Livorno. Ray è un ragazzo ventiseienne e nel dopoguerra farà buoni affari nel mattone nel New Jersey. Per strada incrocia «un ragazzo di 16 anni, Umberto Martinelli, e un uomo di 65, Silvio Paoletti». Umberto, che poi diventerà imprenditore con la tipografia di famiglia (Benvenuti & Cavaciocchi), forse intuisce che la storia è venuta a cercarlo: a quei soldati yankee dice dove se ne sono andati i tedeschi e dove hanno piazzato le mine.
Aldo Santini, giovane cronista del Tirreno post-bellico, invita a leggere le memorie del generale Mark Wayne Clark per capire che la conquista di Livorno non è caratterizzata da una battaglia campale bensì da una sorta di “guerriglia differita”. Mai come e quanto a Livorno i tedeschi inventato ordigni-trappola: la città l’hanno riempita di «tavolette di cioccolata, saponette, pacchetti di garza, portafogli, matite, tutti congegni esplosivi». Non basta: altre trappole esplosive erano collegate a «finestre, porte, gabinetti, mobili e perfino a cadaveri di soldati tedeschi».
Si scopre l’acqua calda a segnalare che era legato al porto il destino di Livorno: per le devastazioni prima, per la rinascita poi. Lo segnala lo studioso Gianni Perona (Insmli): Livorno era la base per rifornire di uomini e cose lo sforzo bellico nazifascista nella guerra d’Africa. Lo diventerà anche per gli alleati: I tedeschi in ritirata cercano di renderne impraticabili fondali e banchine colando a picco quante più navi possibile. In cifre: sui fondali si contano le «carcasse di 153 piroscafi», disattivate «trentamila mine in 482 luoghi diversi».
È ancora Lenzi a segnalare che anche nel giorno della liberazione i tedeschi non sono spariti del tutto: un anfibio Volkswagen della Werhmacht in viale Carducci spara all’impazzata finché è centrata dal colpo di un carro armato; un cecchino tira dai tetti di San Marco («era rimasto solo: avrebbe potuto arrendersi, aveva preferito morire»). Di più: l’artiglieria tedesca continua a martellare «quattro volte al giorno», e sette giorni dopo la liberazione l’aviazione nazista s’azzarda a fare «una incursione aerea, con spezzoni incendiari, sul retroterra di Ardenza».
«Fuori dalla città, nei piccoli centri dell’immediato entroterra, Nibbiaia, Gabbro, sino a Riparbella, in realtà la situazione è tesissima e terribile. I tedeschi sono nel pieno di quella che Lutz Klinkhammer chiama “ritirata aggressiva” che si traduce in una azione deliberata e terroristica contro la popolazione, che i nuclei partigiani cercano di seguire con attenzione ma nei limiti delle loro possibilità». A spiegarlo è lo storico livornese Marco Di Giovanni, docente di storia contemporanea all’università di Torino. Parla di «numerosissimi e sanguinosi» episodi in cui «ad ogni istante può scoccare la scintilla che conduce ad una strage»: non sono “rappresaglie” bensì «pratiche di eliminazione sommaria di ogni potenziale forma oppositiva». Tutto nasce dalla «criticità della situazione militare»: questo innesca «la durezza più vendicativa nei confronti di una popolazione e di un territorio infido, anche a prescindere da specifiche azioni partigiane».
Il ruolo della Resistenza non è da soprammobile. Anche perché le forze alleate si assottigliano: riportano in Provenza i francesi, puntano sulll’Adriatico. Ci vogliono dieci giorni per conquistare i 70 chilometri da Grosseto a Piombino, sedici per coprire l’analoga distanza da Piombino a Rosignano. Ma ne servono una ventina da Cecina a Livorno con una distanza che è meno della metà, e 45 per i venti chilometri per arrivare a Pisa.
È comunque differente l’identikit della guerra partigiana che si fa dalle nostre parti: siamo in un territorio sostanzialmente urbano. Come precisa Di Giovanni, «i partigiani agiscono come guide e, dal territorio ancora occupato, fanno filtrare informazioni»: magari con l’azione di piccoli nuclei delle Sap in accordo con lavoratori locali (come quelli della società telefonica), «sia con azioni di sabotaggio alle linee telefoniche tedesche sia con una attenta mappatura delle posizioni tedesche»: c’è da «indirizzare le azioni alleate» così da «evitare operazioni di fuoco indiscriminato» (e dunque salvare quanto possibile quel che resta della città).
Nella Livorno appena liberata c’era «quell’orribile mescolìo di cose strambe e diverse: erano in piena attività i club e le orchestrine». A San Jacopo avevano messo in piedi un circolo di ufficiali inglesi: «combattevano di giorno sull’Arno e venivano a danzare la sera», intanto la calda estate «spingeva la gente nello stabilimento balneare dei Pancaldi a fare il bagno fra le macerie».
A questo punto i tedeschi erano a nord di Stagno: via da Livorno, insomma. Solo che il nuovo inizio è difficilissimo. Migliaia di case sono inagibili o distrutte, c’è un arraffa-arraffa per cui ciascuno si arrangia dove può e non si contano i casi di chi ha l’abitazione in piedi sì ma occupata da qualcun altro. Non è tutto: la “zona nera” era stata completamente evacuata fin dall’autunno precedente, e questo l’aveva trasformata in una cuccagna per i ladri. Di più: i magazzini delle truppe alleate sono l’Eldorado e tutt’attorno campa una fauna di “segnorine”, papponi, borsari neri, ladri, ricettatori, sciuscià e spicciafaccende così ben descritta da Aldo Santini nei suoi reportage. La quotidianità si appoggia a un sistema di poteri incerti che s’intrecciano talvolta con diffidenza: l’amministrazione militare alleata come forza occupante, l’esercito regio d’una casa regnante invisa, la complessa articolazione del Cln, la guida comunista della giunta comunale, gli apparati statali da ricostruire fra novità e continuità. Con una particolarità annotata da Chiara Fantozzi: il Comune di Livorno e quello di Collesalvetti «furono gli ultimi territori dell’Italia centrale a essere restituiti alla piena giurisdizione del governo di Roma il 31 dicembre 1945». Ma è solo poco prima del Natale ’47 che partono gli ultimi contingenti angloamericani. —
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