Il Tirreno

Livorno

Così l’esercitazione all’allarme anti-aereo si tramutò in incubo sotto i bombardieri

maurizio silvestri

I ricordi di un tecnico della Motofides: nessuno se l’aspettava davvero Nei guai fra le fortezze volanti dal cielo e i tori fuggiti dal macello  

4 MINUTI DI LETTURA





la storia, le storie

maurizio silvestri

Per le 10,55 di quel venerdì di fine maggio 1943 era stata annunciata una esercitazione antiaerea. Così quando suonano le sirene tutti si avviano «con calma e senza furia», come suol dirsi a Livorno, verso gli scantinati sotto uffici e palazzi che il regime chiama rifugi.

Non bastano i continui falsi allarmi, bofonchiano in tanti, ci mancavano le esercitazioni. C’erano stati alcuni attacchi, nel giugno del 1940 da parte dei francesi che avevano colpito l’albergo Palazzo, nel febbraio del 1941 contro l’Anic.

ci consideravamo

una città privilegiata

Danni irrisori vista la tragedia che si stava consumando nel mondo. Per cui Livorno si considerava, tutto sommato, una città privilegiata. «Ma dal 28 maggio 1943 non fu più così – mi raccontava mio padre, all’epoca tecnico presso la Motofides, la fabbrica dei siluri – Le bombe arrivarono davvero ed hanno fatto ancora più male proprio perché nessuno se le aspettava».

Quel giorno l’ho sentito raccontare tante di quelle volte che mi sembra di averlo vissuto in prima persona. Lo vedo dunque uscire, babbo, da quella fabbrica che si trovava in via delle Cateratte. Salire sulla bicicletta insieme a centinaia di operai.

no, non era davvero

una esercitazione...

«Tanti vanno nei rifugi ma io preferisco allontanarmi con alcuni colleghi, in attesa che finisca l’esercitazione». In pochi minuti il gruppo è alla Dogana d’Acqua (all’epoca ancora in piedi).

La sirena del cessato allarme resta muta. «E se stavolta facessero sul serio? Ragazzi non passiamo per via della Cinta Esterna: è troppo scoperta. Non mi credono e proseguono. Io invece giro verso piazza San Marco: è l’ultima volta che li vedo perché saranno falciati pochi minuti dopo da lamiere schizzate chissà da quale magazzino del porto devastato dalle bombe».

pioggia di bombe:

a centinaia giù dal cielo

Alle 11,10 arriva infatti la prima ondata dei bombardieri americani. Piovono bombe a centinaia.

«Spingo a tutta birra sui pedali. Mi infilo in un portone: un boato mi squarcia le orecchie. Non sento più nulla e perdo i sensi. Quando mi risveglio mi trovo fuori: lo spostamento d’aria mi ha ributtato sulla strada. Trovo la bici e ci salto sopra alla “bersagliera”. Ma faccio poche decine di metri».

Sì, perché la strada è invasa da un gruppo di … tori infuriati che sono scappati dai vicini macelli. «Mi arrampico sul muro per evitare di essere travolto. Sembra assurdo ma in quel momento mi vengono a mente i tanti film western che ho visto, con le mandrie che caricano i cow boy». Ma stavolta i cow boy son in alto e giù, con i tori, ci sono i livornesi.

Intanto la città è avvolta in una cortina fumogena: è il sistema antiaereo che doveva essere sperimentato in quella mattinata e che scatta solo tra la prima e la seconda ondata dei bombardieri.

incontro al padre

correndo verso casa

Il risultato è che se nel primo passaggio gli obiettivi erano ben visibili e sono stati colpiti solo porto e zona industriale, stavolta le bombe vanno a casaccio su tutta la città e seminano la morte ovunque. Muoiono a decine negli scantinati-rifugi; per le strade; nella scuola Baciocchi delle suore “cappellone” dove ci sono tanti bimbi.

Finisce anche la seconda ondata. Babbo corre verso casa, in via delle Galere, in cerca dei genitori, dei fratelli. «Non trovo nessuno. Entro nei rifugi vicini: niente.

In piazza Grande incontro mio padre, agente della polizia municipale che sta cercando di tranquillizzare, mettere un minino di ordine nel caos di livornesi che corrono come pazzi per le strade: sono terrorizzati, disperati…. Lui è ferito alla fronte ma mi dice che non è niente e continua a lavorare».

Alla fine il resto della famiglia viene rintracciato, in un rifugio. «Mamma piange. Il più piccolo dei miei fratelli è sotto shock: ai primi scoppi delle bombe è come impazzito e si è spaccato un dente dando una testata nel muro del rifugio anti-aereo».

La famiglia si riunisce e percorre le strade semiostruite dalle macerie, con le condutture divelte che buttano acqua di continuo, gli incendi nelle case. Tutto sotto un nuvolone nero che si alza dall’Anic e dalle navi colpite in porto: una è carica di esplosivo e salterà in aria nella serata.

la casa è in piedi

ma non si può restare

«La nostra casa di via delle Galere è sempre in piedi. Ma ormai abbiamo capito che non si può più rimanere lì. Mio padre, come altri, ha chiesto aiuto al Comune e, per il momento, potremo sistemarci in una stanza della villa Maurogordato, requisita all’inizio della guerra, a Monterotondo».

Il racconto continua: «Così prendiamo l’essenziale per trascorrere la notte. Carichiamo tutto sulle biciclette e ci uniamo alla lunga colonna di livornesi che lasciano la città. Qualcuno come noi ha messo coperte e un po’ di roba da mangiare sulle bici che spingiamo a mano. Altri hanno trovato un barroccio e ci hanno caricato dei materassi, un fornello… Nessuno parla».

Alla sera l’arrivo alla villa che, fino alla fine della guerra ospiterà molte famiglie di “sfollati”.

abbiamo sentito

l’incertezza del futuro

Ospiterà anche gli uffici del Comune e, in seguito le truppe americane: dopo anni di guerra e altri 127 bombardamenti a tappeto.

«Mai come quella sera abbiano sentito l’incertezza del futuro. Appena arrivati mamma prepara qualcosa da mangiare. Alla fioca luce di un pezzo di candela trovato nella vecchia chiesetta ci guardiamo negli occhi. Senza che nessuno dica nulla ci alziamo in piedi e ci abbracciamo. Eravamo salvi e sappiamo che restando uniti ce la faremo». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Il futuro del cantiere

Salvataggio Tigs, le offerte giuste: «Partono da 250 milioni di euro» – Chi sarà a decidere e tutti gli scenari possibili

di Giovanna Mezzana