Il Tirreno

Livorno

In presenza, in assenza, a metà: così lavoriamo noi prof

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Oltre cinque milioni e mezzo di studenti son tornati in classe ieri e menomale. Sono belle notizie.

E con loro svariate centinaia di migliaia di insegnanti, di ogni ordine e grado. Tutti, son sicuro, contenti di rientrare in aula in carne e ossa e non virtualmente - che la Scuola con la “S” maiuscola ha senso solo in presenza. Perché Dad (didattica a distanza) e Did (didattica integrata digitale) sono acronimi a loro modo affascinanti e non mi stupirei se, a breve, ne inventassero di migliori e più potenti tipo la Gesso (grandissima e supersonica scuola online) o la Merenda (multipla e responsabilizzata e necessaria didattica autorobottizzata), che daranno sempre più l’impressione di un’organizzazione (fanta)scientifica, definita al millimetro dagli esperti del Miur; però, penso, che se tutto quello che è stato fatto finora ha funzionato (contenendo i danni) è, principalmente, merito dei prèsidi e degli insegnanti che si sono rimboccati le maniche per far quadrare il cerchio in quattordici mesi di Sas, scuola a singhiozzo - neologismo mio.

La scuola in presenza, dunque, è cosa buona e giusta. Il dubbio che su tutto aleggino decisioni cadute dall’alto “per decreto” rimane. Perché, ad esempio, è stato possibile tornare in classe ieri facendo quello che lunedì 29 marzo, di fatto, era vietato dalla zona rossa? La campanella dal 7 aprile libera ultrasuoni in grado di annientare il virus, il gel per le mani all’ingresso ora è bio-reattivo, il presidente del Consiglio Draghi veglia su tutti noi? Ben venga il rientro in classe dei più piccoli. Questa è già una vittoria. So di maestre dell’infanzia che, in precedenza, si son ritrovate a fare lezione in diretta agli alunni di tre anni; una roba da far invidia ad Asimov che aveva previsto insegnanti robot che impartivano lezioni impersonali a bambini che non avevano mai visto un'aula.

Fare la Dad è non è mai facile. L’impressione generale è la maggior parte di quello che viene spiegato online cada nel vuoto. In presenza no, la classe è viva, si vedono bene le facce di tutti, i volti, le espressioni; in classe si capisce se hanno capito. A distanza, ti devi fidare del silenzio/assenso. In un recente film "Genitori vs. Influencer" un'influencer dice a un genitore-professore: "Tu critichi me dicendo che il mio lavoro è fuffa, ma anche tu non ti spacchi la schiena in miniera: lavori in un liceo". Ebbene sì. E' opinione dominante. “In Dad lavorate meno e state anche a casa!”, ce lo dicono.

Anche se da ieri mattina quelli come me si son trovati in una situazione abbastanza paradossale: classi in presenza, classi "in assenza" e classi per metà in presenza e per metà in assenza (i motivi sono disparati e variano da scuola a scuola) e non mi è sembrato di lavorare di meno, piuttosto triplo, ma si fa volentieri. Solo che a volte mi domando se questo mondo è quello di Asimov o un incastro burocratico alla Philip K. Dick. —

* prof di Italiano,

Storia e geografia

alle medie Fermi

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