Il Tirreno

Livorno

Il giudice di pace Bruno Neri lascia dopo vent’anni

Antonio Scuglia

«Quanto lavoro! Eravamo un undici, siamo diventati tre...» Migliaia di udienze al suo attivo come magistrato

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Antonio Scuglia

Pisa. L’avvocato livornese Bruno Neri, classe 1953, lascia dopo vent’anni l’incarico di giudice di pace per raggiunti limiti di età così come impone la nuova normativa.

È stato l’ultimo coordinatore dell’Ufficio pisano prima della riforma che ha affidato questa incombenza al presidente del Tribunale.

«Torno a fare l’avvocato a tempo pieno – racconta – dopo che per molto tempo ho caricato sulle spalle di mio figlio quasi tutto il lavoro del nostro studio».

Di certo, sulle sue spalle e su quelle di colleghi giudici di pace, il carico non è mancato, anzi è diventato un fardello sempre più pesante.

«Quando sono arrivato, a Pisa i giudici di pace eravamo undici. Ora sono tre…».

I ritmi di lavoro sono stati sempre più da cottimisti, vero?

«Solo a livello di udienze, per vent’anni ogni lunedì mi sedevo a mi trovavo di fronte una discreta folla di avvocati, clienti e testimoni: anche 40-45 causa ogni volta… e il grosso del lavoro ovviamente non sono le udienze».

Nemmeno l’emergenza Covid ha lasciato respiro agli uffici...

«Lo stop per noi è durato due-tre mesi, poi abbiamo ripreso a pieno ritmo. Con molte difficoltà per tutti, dato che dal giudice di pace non esiste il processo telematico. Io, per quanto ho potuto, ho usato la soluzione della testimonianza scritta, consentito dal 257 bis del codice di procedura civile, che per snellire le udienze è già qualcosa. Gli ordinamenti di altri Pesi a volte ci insegnano qualcosa…».

Nello specifico, parliamo della Francia, dove lei ha studiato, giusto?

«Mi sono laureato a Pisa, ma all’epoca, parliamo della fine degli anni’ 70, ebbi la possibilità di fare un periodo di studi ad Angers, la città gemellata. Non esisteva ancora l’Erasmus, ma c’erano i primi scambi. Ed è stato bello apprendere il sistema giudiziario francese».

Il giudice di pace ha una caratteristica unica in Italia...

«È l’interfaccia principale dei cittadini con la giustizia, perché non tratta di grossi casi penali o di importanti cause civili ma delle vicende più quotidiane della gente. Basti pensare ai ricorsi contro le sanzioni amministrative del codice stradale…».

Già, quelle che per un bel po’ di tempo hanno costituito la maggior parte del lavoro degli uffici. Su queste colonne, per anni, abbiamo riportato centinaia di sentenze relative a questa materia, sue e dei suoi colleghi.

«Nei primi tempi dall’istituzione di questa magistratura i ricorsi erano migliaia, molti dei quali purtroppo campati in aria. Le cose sono cambiate quando è stato istituito il contributo unificato: l’idea di dover spendere 43 euro in caso di mancato accoglimento del ricorso ha iniziato subito a dissuadere molti».

Una peculiarità dell’attività dei giudici di pace e dei relativi uffici è la percezione da parte dei cittadini, a volte un po’ particolare.

«Alcuni cittadini, soprattutto nei giudizi penali, non hanno la minima idea di dove si trovino. In un’udienza mi ritrovai ad essere coperto da improperi da un imputato, che mi chiedeva come mi fossi permesso di convocarlo. In realtà era stato citato dalla Procura, ma questo è irrilevante. Me ne disse di tutti i colori, e da essere giudice mi ritrovai ad essere parte offesa anche se poi decisi di non costituirmi parte civile».

Quali sono state le maggiori criticità del suo lavoro?

«Credo le udienze e gli atti riguardanti l’immigrazione clandestina. Alcuni provvedimenti legislativi degli anni scorsi sono serviti a fare pubblicità ai politici che li hanno emessi, ma semplicemente non erano applicabili. Molte cause sono inutili e costano soldi alla collettività oltre a intasare gli uffici. A cosa serve comminare una multa di dieci o quindicimila euro a una persona che è senza fissa dimora e diventerà subito irreperibile sempre che non lo sia già? ».

Cosa le resta dell’esperienza pisana?

«Molto. È stata una bella esperienza, in questi uffici e nella città lascio il cuore. Anche perché prima di fare il giudice di pace, qui ho studiato e ho fatto il militare alla Smipar».

Una curiosità: da ragazzo, Bruno Neri è stato anche collaboratore del Tirreno.

Poi ha fatto altre scelte professionali, e la brillante carriera da avvocato e magistrato lo ha di conseguenza allontanato dal mondo del giornalismo. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA



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