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Addio a suor Gemma la religiosa-dottoressa che curava i poveri
Era venuta a Livorno per laurearsi in medicina a Pisa e tornare in Tanzania a fondare un ospedale per i diseredati
LIVORNO. Si è spenta suor Gemma Mkoondo, una religiosa tanzaniana che i livornesi hanno conosciuto a cavallo fra gli anni ’90 e il decennio successivo perché era venuta a studiare medicina all’università di Pisa e poi era tornata nel suo Paese per curare la sua gente ma mantenendo un saldo legame con la nostra città attraverso il Centro Mondialità. A dare notizia della sua scomparsa è il giornale on-line della diocesi attraverso il racconto di Paolo Siani, che poco meno di un quarto di secolo fa raccolse dalla superiora di allora il desiderio di suor Gemma di studiare in Italia per poi rendersi utile al suo Paese d’origine: una idea che il vescovo di quegli anni, monsignor Alberto Ablondi, «accettò con entusiasmo». Gemma dal nome di una santa toscana, martire della sofferenza, del quale prese il nome insieme ai voti e alla quale intitolò l’ospedale: è l’immagine devozionale di santa Gemma che compare anche sul suo profilo social.
Siani rievoca l’impegno di suor Gemma per imparare l’italiano così da poter seguire le lezioni e i dieci anni in cui ha vissuto a Livorno ospitata dalle Suore infermiere dell’Addolorata. Una volta avuta la laurea in tasca non la mise in cornice: nel 2004 il ritorno in Tanzania per mettere in piedi il St. Gemma Hospital a Dodoma finché tre anni fa ne ha passato la guida a una nuova leva di religiose che, come lei, hanno affiancato alla preghiera lo studio della medicina e la scelta di mettersi a disposizione dei sofferenti. È a quel punto – dicono in curia – che è tornata nel nostro Paese per curare un tumore con modalità non disponibili in Tanzania. «Nonostante questo la malattia si è aggravata e circa due mesi fa, essendo cosciente pienamente di quanto le stava accadendo, ha deciso di tornare in Tanzania».
Siani, dopo aver ricordato che «in questo ultimo periodo ha salutato tutti quanti la conoscevano, facendo lei a noi coraggio e pregandoci di non essere tristi perché si sentiva pronta all’incontro col Padre», proprio in questi ultimi giorni di vita gli ha telefonato per «spiegarmi alcune cose per il progetto di nuovo reparto di maternità e, parlando con fatica, mi ha pregato di salutare tutti a Livorno».
Per far capire la portata della scelta di vita di suor Gemma, vale la pena di ricordare che l’ospedale da lei creato assiste circa 20mila persone l'anno, in gran parte poveri senza la possibilità di curarsi malattie come Aids o malaria. Siamo in una zona in cui, quando lei ha iniziato medicina, la durata della vita media è di 48 anni e la mortalità infantile è altissima (un decesso ogni 140 neonati). Era stata lei stessa a spiegare in una intervista di qualche anno fa: «Quando facevo il mio tirocinio all’Università di Pisa alle volte ci ritrovavamo in 4 o 5 medici intorno ad un unico malato e le statistiche dicono che solo i medici di base in Italia sono uno ogni mille abitanti. In Tanzania c’è un medico ogni 50mila abitanti. Quando abbiamo iniziato il nostro ospedale ero l’unico medico, ora ho qualche aiuto in più, ma è inutile dire che dobbiamo essere sempre a disposizione 24 ore su 24». In quell’intervista, benché fossero passati ormai anni dalla sua partenza dalla nostra città, ricordava che «in particolare Livorno per me è sempre stato un punto di riferimento». Una rete di solidarietà e amicizie come quella con Zita Falleni («mi ha insegnato l’italiano»), la «parrocchia del Rosario col suo gruppo missionario», il Centro Mondialità («ci procura molto materiale sanitario»), le suore di Villa Tirrena («ho un ricordo molto bello della mia permanenza a Livorno»). —
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