Meteo
La psicologa: seconda ondata con tanti casi di depressione
La dottoressa Maura Locatelli: «Durante il lockdown c’era un senso di novità, adesso la situazione è davvero seria anche per i giovani»
Livorno
La rabbia come anticamera della depressione. La seconda ondata della pandemia non è devastante solo dal punto di vista di contagi e decessi ma ci sono tanti riflessi psicologici con cui cominciamo a fare i conti.
«Da quando è iniziata l’epidemia ho cominciato a offrire la possibilità di fare Un percorso terapeutico anche tramite mezzi tecnologici come Whatsapp e Skype - spiega la psicologa e psicoterapeuta Maura Locatelli, professionista con lo studio in via Marradi - da inizio ottobre c’è stato un aumento esponenziale di pazienti. Se infatti nella prima fase del contagio, restare a casa era vissuto quasi come un evento “piacevole” per il suo senso di novità, adesso l’insofferenze si è accentuata e con questa la rabbia e la depressione. È un meccanismo semplice: in ciascuno di noi si era messo in moto il sistema nervoso cosiddetto “simpatico” che ha la funzione di reagire all’evento fulmineo. Adesso che i tempi si dilatano c’è più problema alla reazione. Alla volontà di reagire è subentrato un senso di frustrazione e di scoramento che sono i migliori amici della depressione». I motivi sono tanti, economici e sanitari.
E spiega che non è solo una questione di risposta allo stimolo ma anche di prospettiva: «Quando la pandemia è scoppiata eravamo alle porte della primavera e, anche inconsciamente, abbiamo visto nell’estate la luce in fondo al tunnel. Speravamo che il contagio finisse. Ma a ottobre ci siamo dovuti ricredere e adesso la prospettiva che abbiamo è molto più lunga. Non sappiamo infatti quando tutto questo finirà, quanto dovremo restare in casa, cosa ci succederà».
La gente dunque cerca conforto nelle parole di un terapeuta, di qualcuno che possa essere di sostegno in una situazione così difficile: «Possiamo a tutti gli effetti parlare di un’esplosione di casi di depressione, in molti, un numero maggiore rispetto al passato, mi raccontano di fare uso di psicofarmaci per combattere l’insonnia oppure per tenerea bada l’ansia. E la situazion è grave non solo per le persone che sono considerate solitamente le più deboli ma anche tra i giovani e coloro che statisticamente sono meno esposti al contagio. Questo si vede anche nella modalità con cui lavoro: malgrado io dia tutta la possibilità di fare terapia anche a distanza, rispettando dunque al massimo i protocolli del Dpcm, ci sono sempre più pazienti che chiedono di poter fare le sedute in presenza. Questo perché stiamo soffrendo: non ce la facciamo più a stare distanti, a non avere rapporti sociali. Non è una cosa che ci appartiene». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google