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Livorno

La meglio gioventù nata negli anni ’20 Generazione Ciampi ecco cos’è stata

mauro zucchelli
La meglio gioventù nata negli anni ’20 Generazione Ciampi ecco cos’è stata

Dalla LIberazione per 4 decenni i sindaci sono venuti da lì Gente che da giovane ha spesso vissuto guerra e sfollamento

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la nostra storia

mauro zucchelli

Non esiste nei secoli della nostra storia un esponente politico – anzi, uno statista – che sia arrivato là dove è arrivato Carlo Azeglio Ciampi: presidente della Repubblica, premier, ministro (dell’economia). Il suo nome torna sotto i riflettore in queste settimane perché il 9 dicembre cade il centenario della nascita.

Ma se guardiamo l’album delle figurine dei livornesi nati un secolo fa, ecco che l’ex capo dello Stato non è altro che l’emblema di una straordinaria generazione di talenti che Livorno ha dato al nostro Paese. Senza uguali: forse perché passata a tappe forzate dai sogni di ragazzi all’età adulta in una città devastata dalla guerra quanto poche altre e passata attraverso lo sfollamento chissà dove a livello di massa (per tre livornesi su quattro).

Cominciamo da una foto-evento. È il 2002 e Ciampi viene nella “sua” Livorno a consegnare la gran croce di cavaliere a Nicola Badaloni (classe 1924) e Furio Diaz (nato nel ’16, nella sua “giunta del Cln” figura uno dei pochissimi assessori anarchici mai esistiti in Italia: Silvano Ceccherini, quasi coetaneo). Lo fa sferzando noi livornesi: ricorda che la città in ginocchio dopo la guerra non ebbe paura di affidarsi ai sindaci Diaz e Badaloni allora nemmeno trentenni. Aggiungiamo noi: anche i due sindaci successivi, Bino Raugi e Alì Nannipieri, sono nati a cavallo fra il ’16 e il ’26. È quella la generazione nelle cui mani i livornesi mettono le chiavi della città per i quarant’anni dello sviluppo dalla Liberazione fino agli anni Ottanta.

L’8 settembre accanto a diaz

Diaz è l’amico con cui Ciampi si ritroverà ad affrontare l’incognita dell’8 settembre. Carlo Azeglio era a Castiglioncello sfollato con la famiglia e, alla fine di una licenza da sottotenente del reparto autieri di stanza in Albania, si presenta in caserma e il capitano sta facendo gli scatoloni per darsela a gambe così come hanno fatto i Savoia con lo Stato che si squaglia e se la squaglia: l’ufficiale gli dice paterno cosa aspetta a sparire anche lui (mentre nel frattempo Diaz si è dato alla macchia).

Lo studioso dell’illuminismo nell’estate ’44 sarà il primo sindaco “rosso” della Livorno liberata, dopo la rinuncia del comandante partigiano socialista Giorgio Stoppa (che aveva la famiglia al di là delle linee naziste). Per uno dei singolari ghirigori del destino, Diaz lo ritroviamo firmare lui antifascista in prima pagina sul Tirreno di allora qualche giorno prima dell’armistizio badogliano, in quella incredibile estate ’43 con Benito Mussolini che finisce agli arresti dopo la notte del Gran Consiglio in cui aveva avuto un ruolo-chiave il genero Galeazzo Ciano (la cui famiglia era proprietaria del giornale), che in quei giorni si dimette anche da ambasciatore del Duce in Vaticano…

Appartiene a quella stessa leva anche Elio Toaff, leader dell’ebraismo italiano, nato nel ’15 a Livorno da un rabbino nato a Livorno: non a caso c’era anche lui – e riceverà la “Livornina” – quel venerdì di metà febbraio 2002 insieme a Ciampi e agli altri. È amico del vescovo Alberto Ablondi, anche lui “figlio” degli anni ’20, talmente livornese da aver portato qui le spoglie dei genitori e aver voluto esser sepolto con loro: il tandem Toaff-Ablondi è stata la base sulla quale è stata costruita la svolta storica di Giovanni Paolo II che nel 1986 è il primo papa a metter piede in una sinagoga.

Viene dal mondo ebraico livornese anche Frida Misul, classe ’19, reduce da Auschwitz e dalla deportazione del ghetto di Terezìn, una delle prime voci ad aver il coraggio di raccontare – a 27 anni – l’orrore del lager.

lo scienziato ministro

Di quella foto di gruppo con Diaz, Badaloni e Toaff avrebbe dovuto far parte anche Umberto Colombo, livornese del ’29, amico d’infanzia del giovane Carlo Azeglio ai tempi del Partito d’Azione: scienziato al timone di Eni e Enea, si rivedranno quando Ciampi lo chiamerà nel governo come ministro della ricerca.

Di Diaz, comunque, ce n’è anche un altro in questa nostra storia. Anzi, un’altra: è la sorella del sindaco-prof e si chiama Laura (1920) ed è stata autorevole parlamentare Pci per vent’anni. Una quindicina d’anni più tardi, in quegli stessi banchi siederà un’altra donna. Anch’essa livornese, anch’essa comunista, anch’essa per quattro legislature, anch’essa appartenente alla generazione degli anni ’20: Edda Fagni (1927). Già che siamo a parlare di esponenti politici, bisognerebbe ricordare che fra i livornesi nati in quegli anni fra la fine della Grande Guerra e la “fascistizzazione” del Bel Paese troviamo anche figure come Gianfranco Merli (1924), “padre” Dc della prima legge antinquinamento, e Bruno Bernini, comandante partigiano che a 25 anni è entrato con gli alleati a liberare Livorno e successivamente ha fondato i Giovani comunisti al fianco di Enrico Berlinguer (passando poi a guidare l’organizzazione giovanile comunista internazionale conoscerà leader come Mao, Honecker e Ho Chi Minh).

Ma la leva livornese anni ’20 non è solo leader e politica: è anche arte. E se proprio nel 1920 nel frattempo muore a Parigi in povertà il genio labronico di Amedeo Modigliani, in quegli stessi anni Livorno è un fiorir di culle che poi ci daranno tanti artisti di frontiera. Solo per citarne alcuni: Renato Spagnoli (1928), quello della “A” all’Attias e della saetta accanto al duomo; Gianfranco Baruchello (1924), “artista dell’anno” nel 2016 secondo Radiotre; Elio Marchegiani (1929), a più riprese alla Biennale di Venezia; senza dimenticare i nomi di Gianfranco Ferroni (1927) più Ferdinando Chevrier e Voltolino Fontani, dei quali cade il centenario della nascita.

il romanziere e il poeta

Appartengono al mondo della cultura anche altri talenti labronici di quella generazione: non è affatto casuale il riferimento allo scrittore Carlo Coccioli (1920), voce tormentata fra religione e diritti gay, e al poeta Giorgio Caproni (nato in realtà qualche anno prima e dal ’22 già a Genova ma così attaccato alle radici dell’infanzia livornese al punto da farne un pilastro della poetica).

Idem, sul fronte dello spettacolo, per il regista Luigi Squarzina (1922), il produttore Alfredo Bini (1926) che sta dietro diversi film di Pier Paolo Pasolini a partire da “Accattone” ma anche Doris Duranti (1917), divissima delle pellicole di regime e compagna di Alessandro Pavolini, l’uomo del Minculpop. Dal grande al piccolo schermo: in prima serata tv sui telegiornali Rai un’accoppiata di fratelli della buona borghesia ebraica livornese come Vittorio Orefice (da Montecitorio) e Gastone Ortona (corrispondente), l’uno del ’24 e l’altro di due anni più vecchio; alle loro spalle, ai piani alti della dirigenza dell’ente, un altro livornese, di stretta osservanza Dc, come Giuseppe Rossini (1923), fondatore diRaiTre e capo di Rai-Uno.

L’elenco potrebbe continuare a lungo: sul fronte dell’economia si potrebbe parlare di Italo Piccini (1927) in porto o di Nello Pini (1921) col suo mobilificio. Tutto questo ci racconta la qualità dei protagonisti di quella leva anni ’20 che sarebbe salita sulla scena dopo la Liberazione. L’ultima sottolineatura vale per due ingegneri livornesi che si sono incrociati a Maranello: sono Giotto Bizzarrini (1926) e Aurelio Lampredi (1917). La storia della Ferrari è passata dal loro estro. —

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