Il neorealismo dell’autrice «Immagini che ci raccontano»
La fotografa spiega com’è nata l’idea di questo documentario iniziato nell’aprile scorso «Scattavo e mi guardavano...»
LIVORNO
Presente e futuro che s’intrecciano con le fibre di una mascherina sfilacciata, logorata dall’abbandono, lasciata per strada sotto alle intemperie. «Era aprile, ero vicino Roma. In terra ho visto quest’oggetto, un oggetto che allora era nuovo per tutti noi. Mi ha colpita perché era insolito, ero abituata a vederne di altro tipo».
Inizia così il racconto della fotografa internazionale Laura Lezza, l’origine di un’opera documentaristica in giro per l’Italia che in questi pochi mesi ha aperto la diga per centinaia di scatti, di cui oggi il Comune di Livorno e Aamps regalano un piccolo ma significativo estratto ai livornesi.
«Quella mascherina era letteralmente sbriciolata e mi ha colpito molto per il modo in cui si intrecciava alla natura», prosegue Lezza.
La selezione di quel lavoro monumentale racconta di una Livorno tappezzata di azzurro sporco, dagli scacchi bianchi e neri della terrazza Mascagni al giallo arido della pista ciclabile che scorre davanti allo Stadio come un fiume di sabbia del deserto.
«Ricordo che quando ho iniziato, chinandomi con la macchina per fotografare le prime mascherine (poi ho fatto quasi sempre con il cellulare), la gente intorno mi guardava. Iniziava a capire, con stupore, il significato di ciò che tutti avevamo davanti agli occhi, e mi invitava a continuare», racconta ancora. Non nasconde, la fotografa, il valore aggiunto del suo lavoro.
«Questa campagna istituzionale per immagini permette a una città di provincia (Livorno, ndc) di battere sul tempo le grandi metropoli in questo momento drammatico per il nostro pianeta e che sta accadendo proprio oggi», spiega.
E poi precisa che «queste non sono fotografie belle in senso artistico (la tecnica non si discute, ndc) ma la rappresentazione di ciò che ci circonda».
Un racconto a più mani che si sposta dai cartelloni e si compenetra sula rete, teatro e regno della condivisione per antonomasia, grazie all’hashtag #latuamascherina.
«Chi cammina per strada senza gli occhi incollati allo smartphone le vede ovunque, le stesse dappertutto; invito tutti a fotografarle e a postarle. Come una mostra all’aria aperta, o un reportage su una rivista fatta dalle strade e nelle piazze social, che spero possa diventare un’installazione collettiva. Perché prima di spiegare, di smaltire, di raccogliere, il problema è pensare a queste mascherine abbandonate per terra. Che sono di tutti noi», ricorda infine. Con la speranza che le sue foto facciano riflettere più delle parole. —
M. S.
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