Italia
Quando nell’82 io assessore Pci discussi con lui di Chiesa, città e sinodo
È stato per la mia generazione e per me personalmente sempre presente e vivo il valore del dialogo tra morale cattolica e morale laica, come esperienza del confronto, nella dimensione sociale e politica di una regione vivace come la Toscana, di culture diverse, ma poste di fronte a problemi nuovi ed inediti per entrambe.
Nel lontano ’82, quando l’indimenticabile Alberto Ablondi dette vita al sinodo della Diocesi di Livorno, il sindaco Aly Nannipieri, allora in carica, dette a me, assessore non ancora trentenne, l’impegnativo incarico di elaborare un documento, che la giunta avrebbe approvato per partecipare al dibattito pubblico aperto dal Sinodo. Scrissi un documento di dieci pagine, che piacque molto ad Ablondi: volle venire a ritirarlo personalmente, con i suoi collaboratori, in Comune, per metterlo poi agli atti ufficiali del Sinodo, farlo circolare e discutere tra i partecipanti al Sinodo stesso, per enfatizzare un confronto che confermava ed avvalorava la sua stessa visione e la sua scelta circa l’importanza del dialogo, parola che allora, in quel momento storico, aveva un preciso e denso significato politico, di cui oggi rimane davvero poco.
Da parte mia ero e rimanevo comunista, finché il Pci è esistito, ma un “comunista italiano”, nato politicamente nei primi anni ’70 con Berlinguer segretario Pci e partecipavo al clima culturale di quel filone della sinistra italiana. Proprio per questo, come disse un giorno Ablondi, quando lui cercava il dialogo con la politica livornese, all’altro capo del filo mi ci trovava sempre. E così era. Senza trasmigrare altrove rispetto al mio territorio, non ho mai evitato di lasciarmi influenzare dalle suggestioni morali e sociali di quel coraggioso e vivo cattolicesimo che Ablondi rappresentava.
Non mi era indifferente, nella curiosità e nella apertura, anche l’influenza di quel vivace e intenso cattolicesimo fiorentino, efficacemente raccontato da Mario Lancisi nel suo recente “I folli di Dio”. Pur nelle diversità, tra personaggi come La Pira o Balducci o don Milani, correvano dei fili che erano particolarmente capaci di influenzare e creare suggestioni e visioni sociali e politiche.
Il mio ricordo di Monsignor Ablondi è fatto soprattutto di sincera gratitudine per le cose che da lui ho appreso, nelle idee e nel modo di pensare e di operare e per l’attenzione che mi ha riservato. Come moltissimi livornesi ne ho ammirato l’intelligenza, la disponibilità, l’apertura e la profonda spiritualità, non disgiunta dall’umanità, che lo rendeva capace di solennità, di autorità e profondità, di arguzia e ironia.
È mia convinzione che il dialogo tra laici e cattolici oggi debba riproporsi come necessario, sebbene in termini del tutto nuovi e diversi di fronte agli inediti dilemmi morali che lo sviluppo della tecnologia, il degrado dell’ambiente naturale e gli effetti della globalizzazione propongono agli uomini, sconvolgendo tutti i paradigmi culturali e sociali, già zoppicanti da tempo. —
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