Il presidio
È il gran valzer della toponomastica Passa a Mazzini l’ex corso di re Umberto
L’arteria ora centralissima segnava nell’Ottocento la fascia non edificabile fuori dalla città già costruita: nel dopoguerra intitolata a un “sovversivo” repubblicano la metà dedicata al re, l’altra parte resta ancora dedicata al fratello Amedeo
L’INIZIATIVA
«Fin dal principio di questa strada vedesi il mare in lontananza, di là dalla Porta che ne ritiene il nome». Forse è un po’ troppo ottimista Giuseppe Piombanti nella sua “Guida storica e artistica della Città e dei Contorni di Livorno”: dal Corso Reale il mare non si vede granché ma l’aria di salmastro si sente eccome.
Però, benché di mestiere facesse il prete (canonico e vicedirettore del collegio vescovile), è stato uno dei migliori cronisti ottocenteschi della Livorno che fu. Enumera una per una le strade che, come dice lui, «vi entrano»: via San Carlo; via Cecconi («innanzi via del Bosco, poiché costeggiava il Bosco dei Cappuccini»); Borgo dei Cappuccini; via Carlo Bini. Le stesse denominazioni di oggi, salvo il vicolo delle Colombe. Eppure è passato un secolo e mezzo, e sappiamo bene quanto la toponomastica cambi al cambiar delle epoche e dei regimi politici.
Lo vediamo proprio in questa stessa strada: oggi è intitolata a Giuseppe Mazzini, ai tempi di Piombanti era il Corso Reale. Ma nei quasi duecent’anni precedenti l’avevano chiamata “via delle Spianate”. Cosa c’era di spianato? Tutta l’area da lasciare non edificabile (per motivi militari) di fronte alla città edificata. D’altronde, fin quasi alla fine dell’Ottocento al crocevia fra corso Mazzini e Borgo Cappuccini c’era la “Fonte della Guglia”: certo che per noi la Guglia è in tutt’altra zona della città, ma ci si riferiva solo al fatto che lì era stata piazzata una delle varie guglie che contrassegnavano il limite della zona tabù per qualsiasi edificabilità.
Come ricordava Giovanni Wiquel nel suo “Dizionario di persone e cose livornesi” pubblicato sulla “Canaviglia”, «vi erano le prime guglie, le più vicine alle mura della città, entro il cui spazio o “spianata” era severamente proibito innalzate case, fabbriche o muraglie; tale distanza era, all’incirca, quella della portata dei cannoni delle batterie che difendevano la città». Più in là, invece, ecco le “seconde guglie”: mostravano l’area della campagna dove si potevano edificare costruzioni «purché fossero alte di un sol piano».
La svolta nella seconda fase dell’era granducale sarà proprio l’eliminazione di questo confine. Già che ci siamo, però, vale la pena di fermare l’attenzione sul fatto che stiamo parlando di una fascia ormai nel cuore della città: questo dovrebbe spiegarci quanto si è allargata negli ultimi due secoli la Livorno costruita. Basterebbe tuttavia ricordarsi che quest’arco di tempo rappresenta la metà della nostra storia di città.
Ma c’è ancora un’altra indicazione toponomastica nella foto amarcord che Il Tirreno offrirà in regalo ai propri lettori domani edicola, la tredicesima della serie che potete ottenere gratis dal martedì al venerdì: “corso Umberto”, così recita la didascalia. C’era una volta la lunga via del Corso Reale che «ad angolo ottuso che unisce la via Mentana alla piazza Mazzini»: a dividere i due bracci è il crocevia con la via Leopolda (che sarà rinominata come via Ricasoli verso il centro e via Marradi verso sud) all’altezza della gran villa Attias, che sarà inghiottita dal piccone demolitore di Palazzo Civico a cavallo fra gli anni ’60 e ’70: ne resta solo la scultura della fontana di Leda e il Cigno ora ficcata in un angolino seminascosto di villa Fabbricotti, alle spalle dell’edicola di piazza Aldo Moro.
Raccontano che il nostro Corso Reale l’avessero chiamato così in virtù del fatto che la deputazione che fondò la chiesa di Santa Maria del Soccorso «vi fece eseguire per alcuni anni una corsa di cavalli con fantino». Troppo stretta la via? È comunque più larga della pista di piazza del Campo…
La via del Corso Reale era divisa in due metà incernierate all’Attias. Chissà se dietro ci fosse l’idea di celebrare l’Italia finalmente davvero unificata sotto i Savoia sì ma con Roma finalmente capitale, fatto sta che nel 1871 saltò fuori che niente avrebbe avuto dignità regale quanto intitolare ciascuno dei due rami ai primi due figli di re Vittorio Emanuele II: Umberto e Amedeo. Figli maschi e stop, insomma: non conta Maria Pia, ultima nata del “re galantuomo” e di Maria Adelaide d’Austria, ma non conta nemmeno Maria Clotilde, che pure sarebbe la primogenita, senza contare ovviamente i figli avuti dalla “Bela Rosin” e figuriamoci la sfilza di figli naturali dei quali era disseminato il regno.
Curioso è il fatto che nel 1946, a guerra finita, la giunta di Furio Diaz decise di correggere le vecchie denominazioni sabaudo-fasciste. Via l’intitolazione al re Umberto, inizialmente battezzato come “re buono” dalla propaganda di casa Savoia eppure, al tempo stesso, chiamato “re mitraglia” perché aveva benedetto la spietata repressione del generale Bava Beccaris (tant’è che morirà per mano anarchica nel 1900). Niente più dell’intitolazione a un “sovversivo” repubblicano come Mazzini poteva dare l’idea del ribaltamento rispetto alla denominazione precedente. Ma l’altra metà dell’epurazione toponomastica restò nella penna: ancora oggi rimane il nome di Amedeo duca d’Aosta a marchiare il corso che parte dall’Attias per arrivare all’incrocio con via Mentana e via Gramsci.
E' ancora il canonico Piombanti a ricordarci che al numero 62 dell’attuale corso Mazzini aveva gli uffici il console della repubblica del Messico. Ma, pur senza essere una arteria della City in cui far rispecchiare le ricchezze mercantili di questo o quel casato, questo corso è stato il palcoscenico per numerose residenze signorili: ad esempio, al 44 c’era la Villa delle Rose, poi diventata quartier generale del sindacato Cgil (e ora, da quando l’organizzazione dei lavoratori ha traslocato a Porta a Terra, trasformata in residenze private); al civico 8 il palazzo Terreni e al 247 la palazzetta Ciampi, al 120-124 la villa degli Ardisson, mentre la famiglia Donegani ha dato il proprio nome a un palazzo al numero 40 e a una villa al civico 148. Lui, Guido Donegani, è stato l’assessore ai lavori pubblici che agli inizi del secolo scorso ha dato a Livorno lo schema di acquedotto che ancora oggi riesce a reggere al fabbisogno di noi livornesi assetati; poi sarà anche il padre dell’industria chimica made in Italy sotto il marchio Montecatini. Alle spalle una dynasty mica da poco: la madre era una Corridi, nipote di uno scienziato alla corte del granduca Leopoldo II, e esponente di un casato impegnato nel settore farmacie, miniere e distillerie: potente senatore del ventennio fascista, potrebbe essere una figura alla quale dedicare un’attenzione meno episodica. —
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