Il Tirreno

Livorno

Da porto-emporio a ciminiere (e tute blu) Cambia l’identikit di una città senza uguali

MAURO ZUCCHELLI

Nelle immagini amarcord in regalo col Tirreno la straordinaria trasformazione che modifica l’economia, la società e anche il volto delle strade 

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L’INIZIATIVA



La fortuna economica di Livorno agli inizi del Seicento la fa un poker di elementi, a dar retta alle ricerche di Cecilia Testa: oltre al porto franco che consentiva di evitare di pagare il dazio e alle fortificazioni che ben proteggevano le banchine, c’è da mettere nel conto la dichiarazione di neutralità politica (così da prestarsi come escamotage per “vestire” con nomi livornesi la proprietà di merci a rischio di diventare prede in tempo di guerra). Dal punto di vista degli spazi urbani, il quartiere della Venezia si struttura come «luogo di simbiosi tra proletariato urbano e borghesia mercantile, che in questo quartiere poté realizzarsi anche in termini di vicinanza fisica».

La “fotografia” urbanistica la scatta l’architetto Roberto Idà: «Nel quartiere erano presenti contemporaneamente: residenza di tutti i ceti, botteghe artigiane, magazzini, negozi, teatri, accademie e servizi, compresi quelli che indicheremmo come attrezzature sociali, costituivano un insieme unico fortemente integrato». Integrazione anche multiculturale: «Ogni “nazione” aveva in città le proprie accademie, talvolta anche ospedali come quello ebraico».

Ma – queste le parole di Testa - tale simbiosi però sparì per sempre nell’Ottocento «con la frattura tra attività e residenza»: la città macina sviluppo e territorio, lo fa individuando «una serie di aree che divennero ben presto omogenee per morfologia e composizione di classe». Tradotto: a nord le ciminiere e le attività economiche, a sud il lungomare e la zona residenziale.

Non è solo una mutazione antropologica dell’urbanistica: è proprio il modello di sviluppo che sta cambiando pelle proprio a ridosso della fine del porto franco, con la morte del Granducato e l’arrivo dei Savoia. È il “format” del commercio di deposito che non gonfia più le vele di un porto diventato l’emporio del Mediterraneo: nell’arco di pochi anni, a malapena decenni, la bussola dei capitali livornesi cambia rotta e si indirizza verso la manifattura e l'industria.

«Se le manifatture di lusso destinate all'esportazione o l'industria legata alla marineria erano rimaste all'interno della città antica per continuare a giovarsi dei privilegi del porto franco, nonché del contrabbando in entrata e in uscita, - viene sottolineato nel prezioso contributo sulla rivista fondata dall’Istituto nazionale di urbanistica - le industrie di altro tipo erano andate impiantandosi intorno alla città, con prevalenza per la fascia a nord est e est rispetto ai bastioni, ovvero nei pressi della strada per Pisa e per Firenze. Qui si erano stanziate fabbriche di allume, amido, birra, cappelli, cartone, coltelli, le raffinerie di olii alimentari, mulini a vapore, fabbriche di munizioni, saponi, valigie e selle. Presso il borgo dei Cappuccini si erano impiantate invece industrie di birra, candele e carta colorata. Nel sobborgo di San Jacopo si trovavano invece manifatture del vetro e le conce del cuoio».

Non c'è niente di meglio dell'andamento della percentuale degli addetti dell'industria per certificare la trasformazione dell'identikit sociale: quasi la metà della popolazione attiva campa di industria (46%). Parola del censimento del 1936, secondo il quale a quel punto il mondo delle ciminiere "pesava" nella vita quotidiana il triplo di quanto ormai contava il commercio.

Il balzo è già rilevante - soprattutto per il boom della chimica e della meccanica - prima della fine dell'Ottocento. Basta sfogliare gli Annali che nel 1902 la "Tipografia Nazionale di G. Bertero e C." manda in stampa: 72 pagine per conto del Ministero di agricoltura, industria e commercio che rappresentano il dagherrotipo minuziosissimo di ogni tipo di attività industriale a Livorno e dintorni. Eccoli: 1.776 dipendenti in cantieri navali, 530 lavoratori in vetrerie, 465 in ditte di lavorazione del corallo, 700 nella cernita e nel commercio degli stracci, 295 in aziende per la produzione di terraglie, 14 addetti in fabbriche di fiammiferi, cinque in fabbriche di carrozze, dieci in fabbriche di turaccioli e 22 in aziende produttrici di pettini di corno, due in una impresa di ovatta, 28 nella lavatura di lane, 56 nelle fabbriche di sapone e quasi altrettanti in quelle di paste da minestra, sette addetti in una officina telefonica, 23 in una fonderia di piombo, 55 in fabbriche di recipienti di latta. —

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