Spari contro minimarket e circolo Arci la polizia arresta un livornese di 65 anni
Secondo gli investigatori il camionista «voleva in questo modo attirare l’attenzione». E spunta anche un quarto episodio
livorno
Era il primo della lista dei sospettati. Perché su di lui fino a due giorni fa non c’era uno straccio di prova, se non l’esperienza dei poliziotti (che lo ritenevano fra i possibili sparatori) e un transito in motorino vicino al circolo Arci di Shangai, poi colpito dall’ondata di bossoli. Così gli agenti sono entrati in casa sua, perquisendola, e trovando nel vano motore della sua auto una Glock con la matricola abrasa (la stessa, calibro 9x21, con cui avrebbe esploso i colpi) e una Beretta calibro 7,65 rubata. Poi avrebbe confessato (anche se al Tirreno nega) di aver sparato contro le saracinesche del Royal kebab di via Provinciale Pisana (il 30 marzo), dell’Asian market di via Garibaldi (il 19 luglio) e contro il circolo Arci di Shangai, il 2 agosto. Aggiungendo anche di essersi reso protagonista di un quarto episodio, il secondo in ordine cronologico anche se ha detto di non ricordare la data, in cui impugnando la stessa arma avrebbe esploso un colpo contro un appartamento disabitato di via Giordano Bruno, poi ritrovato dagli investigatori.
I Falchi della Squadra mobile della polizia, diretti dalla vicequestore aggiunto Valentina Crispi, hanno arrestato Rossano Da Valle, camionista livornese di 65 anni nato a Porcari, in provincia di Lucca, ma trasferitosi in città a cinque anni. È accusato di detenzione di arma clandestina (reato per il quale è stato arrestato in flagranza), danneggiamento, ricettazione, detenzione e porto abusivo di armi e accensioni ed esplosioni pericolose. Non è chiaro il movente: non avrebbe saputo spiegarlo nemmeno lui e non lo sa neanche il questore Lorenzo Suraci: «Ragioni serie non ce ne sono, lui non ce l’aveva con nessuno e i motivi sono apparentemente gratuiti».
Dietro gli spari non ci sarebbe alcun motivo logico. Né politico, né xenofobo. Di certo gli episodi hanno riguardato sempre zone periferiche e a tratti degradate della città, come via Giordano Bruno. Su questo gli inquirenti, coordinati dal pm Niccolò Volpe, dovranno ancora fare piena luce. Sicuramente Da Valle non voleva uccidere nessuno, anzi: dopo che Il Tirreno, qualche ora dopo il primo episodio, aveva pubblicato la notizia dell’intimidazione al kebab di via Provinciale Pisana, dove dentro a mezzanotte c’erano ancora due persone, lui si è stupito e ai poliziotti avrebbe raccontato che non avrebbe nemmeno visto la luce accesa e pensava che il locale fosse chiuso, con la saracinesca mezza abbassata. Senz’altro il sessantacinquenne ha dimostrato di saper sparare bene, da 30 metri di distanza almeno, e di centrare i propri obiettivi senza sbagliare un colpo. Le armi, insomma, le sa usare molto bene e sapeva procurarsele facilmente, visto che la Glock avrebbe detto di averla comprata sette mesi prima da uno straniero di cui non ricordava il nome.
Per arrivare ai negozi colpiti si sarebbe sempre servito del suo scooter («Sì, è mio, ma ho anche una motocicletta», racconta al Tirreno Da Valle) e ogni volta, è la tesi dell’accusa, sarebbe uscito di casa solo per quel motivo: sparare. Anche il 30 marzo scorso, in piena quarantena. In casa la polizia ha sequestrato anche 95 munizioni calibro 9x21, lo stesso di tutti i colpi. «Una grande operazione dei Falchi e della Squadra mobile – commenta Suraci – una sezione che ho voluto con forza. Ci siamo tolti un grande peso: abbiamo sempre detto che non si trattava di criminalità organizzata e a chi sosteneva il contrario abbiamo risposto in modo chiaro. Questa persone ha detto che avrebbe colpito di nuovo, era pericolosa». «Voleva attirare l’attenzione della città e dell’opinione pubblica – conclude la vicequestore aggiunto Valentina Crispi – e non uccidere. Lo ha detto anche nell’interrogatorio e si è dimostrato molto collaborativo». —
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