Il Tirreno

Livorno

Alla scoperta di una città straordinaria che non abbiamo mai potuto conoscere

mauro zucchelli
Alla scoperta di una città straordinaria che non abbiamo mai potuto conoscere

Dall’11 agosto in regalo col Tirreno le foto di com’eravamo prima che bombe, mine e ricostruzione cancellassero buona parte delle nostre radici  

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LIVORNO. «Le crisi generano sfide e una delle risposte è la narrazione: un tempo sarebbe stato un lamento". Così parlò il regista Paolo Virzi dal pulpito del festival dell'umorismo nel settembre scorso. Aveva preso la rincorsa di lì per richiamare alla memoria i "versi livornesi"di Giorgio Caproni: "Si intitola "Il seme del piangere" la sua raccolta più bella. Piangere, appunto: il livornese magari può essere capace di farlo ridendo. Questo raccontare la tragedia con ironia, che dà forza a chi subisce ed è subalterno per farlo sentire capace di riscossa».

Amarcord in versi

Bisogna andarlo a cercare in quelle pagine dello straordinario poeta livornese, un gigante del Novecento così schivo e così gracile, un certo modo di raccontare noi, la nostra città e le nostre radici. Eccone un (doppio) boccone.

Com’era bello aizzare,

nel giorno!, quel raccattare.

C’erano Genì e Guglielmina, Maria la Coscera, Chitì;

Ada con lo zio Arduino

e, con lo zio Alceste, il Ciucci;

c’era Decio, il Guarducci,

Mentana con l’Angiolino

(quello della Fiaschetteria

Toscana, al Cavalcavia),

e c’erano Pilade e Italia,

Fedora con la Zicarola:

tutti per lei dal Pallone (...)

Felice in pieno giorno

diceva addio a Livorno.

Addio al Magazzino Cigni,

ai Trotta, ai Pancaldi;

addio alla Tazza d’Oro

e ai caldi specchi,

e addio ancora

(Annina era rapita,

correndo la sua intera vita)

ai fitti applausi sgorgati

dal cuore, all’Avvalorati.

Addio ai valzer d’erba,

notturni, e al Calambrone;

addio al Voltone

alle barcate matte

di ragazze, al tocco

vocianti verso il Marzocco

senza pagare lo scotto.

Balza agli occhioni fotogallery di persone che diventa anche una carrellata di luoghi: così precisi da disegnare il paesaggio - di persone e di spazi - in cui si muove l'esistenza di Annina, la mamma dell'autore, l'emblema delle ragazze livornesi (e, in certa misura, di tutti noi che siamo dentro quest'album di amarcord).

Il trapassato remoto

Caproni racconta con le parole briciole di memorie di un trapassato remoto a cavallo fra l'ultimo scampolo dell'Ottocento e il debutto del secolo successivo che non ha mai visto se non con gli occhi dell'immaginario di figlio. Ma quei versi saltano fuori da qualcosa di molto concreto, visto con gli occhi vivi e veri: come spiega Biancamaria Frabotta, poetessa e prof, dietro c'è un viaggio che Caproni fa nel '49 su suggerimento della madre che lo invita a vedere le tombe dei nonni e lo porta in una Livorno che è così diversa da quella che aveva lasciato a dieci anni nel '22. Non era più l'età dell'innocenza perché aveva già visto ammazzare gente per strada.

Al di qua e al di là

Anche per noi c'è questo schianto nella strada della storia, questo abisso che si spalanca sotto le nostre scarpe. Così come davanti agli occhi di Caproni: per lui lo scarto era fra la città ricordata e quella rivista quasi quarantenne a distanza di oltre un quarto di secolo; eccezion fatta per ottuagenari e dintorni, per noi invece è la differenza fra la città di adesso e quella dei nostri padri, nonni e bisnonni.

Doppio impatto, anzi triplo

In mezzo cosa c’è? Il devastante (doppio) impatto della seconda guerra mondiale. Doppio, perché la città è stata massacrata prima dai bombardamenti dell’aviazione alleata e poi dalle mine (e dagli affondamenti di navi) da parte dei nazisti in ritirata. E magari potremmo mettere nel conto anche il terzo, se è vero che la ricostruzione non ha badato troppo per il sottile e ha finito per buttar giù anche quel che era rimasto in piedi.

Sotto una montagna di bombe

Fatto sta, a guerra finita, un report degli uffici tecnici di Palazzo Civico attestava che in centro un edificio su tre era completamente distrutto, complessivamente fra fabbricati e gravemente danneggiati si superava il 50% (e meno di uno su undici non era stato colpito). Anche allargando lo sguardo a tutto il resto della città più della metà delle case lamentava qualche tipo di danni, magari non gravi (senza contare che poco meno del 16% degli edifici era stato raso al suolo e quasi altrettanti risultavano danneggiati in modo irreparabile).

Sta qui il fascino discreto delle foto che da martedì 11 agosto troverete in edicola gratis con Il Tirreno: raccontano il paesaggio di una città che appare così diversa da quella attuale eppure ne conserva molte suggestioni, qualche orma, un po’ di imprinting. Inutile dire che, adesso che siamo nella lunga traversata del deserto di una crisi che pare infinita, tornare a specchiarci in quel passato non ci riporta soltanto alle nostre radici: ci dice l’orgoglio di quel che eravamo. E’ come se con gli “occhiali” di queste fotografie amarcord potessimo coprire d’un balzo cent’anni all’indietro o perfino di più e questo potesse scaraventarci a scoprire com’erano i nostri padri, nonni e bisnonni. Com’era la Livorno che non abbiamo conosciuto (o che i più anziani di noi hanno visto solo da piccoli).

L’elogio della persistenza

Ci accompagnano metà di quei versi di Giorgio Caproni. Al paesaggio della socialità fatta di uomini e donne abbiamo preferito nelle nostre immagini il paesaggio delle pietre e dei mattoni, delle strade e delle architetture: alla ricerca di una persistenza che nelle giacche e nei cappelli, nei baffi e nei capelli non avremmo trovato e avrebbe rischiato di portarci a inseguire solo la fisiognomica.

 

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