Il Tirreno

Livorno

l’altra indagine  

«Carburante taroccato» anche un livornese nei guai

Pietro Barghigiani

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crespina

«Andiamo a caricare la munnezza». Un po’ per lo scrupolo che non gusta mai quando si sa di non essere proprio sulla retta via e si pensa sempre a possibili intercettazioni telefoniche. E un po’ perché magari erano consapevoli di quello che trasportavano nelle autocisterne: un gasolio taroccato con olio che a volte poteva raggiungere un dosaggio del 50 per cento. Nella traduzione degli inquirenti la “munnezza” era il gasolio tagliato con olio. Di qui l’equazione del carburante di scarso pregio con la spazzatura. Qualcuno è pregiudicato, la maggioranza no. Di sicuro era un gruppo che sapeva muoversi con rapidità e professionalità quello scoperto e neutralizzato dalla finanza di Pisa con il coordinamento del sostituto procuratore Egidio Celano. Operazione Petroloro è stata battezzata l’inchiesta non ancora conclusa che ha portato a 12 arresti (uno in carcere, undici a domiciliari) e a otto tra obbligo di firma e di dimora. Una miriade i reati contestati legati dal vincolo dell’associazione a delinquere. Dall’autoriciclaggio al contrabbando, dalla ricettazione alla bancarotta fraudolenta, dal falso alla contraffazione. L’accusa è quella di aver messo su una frode nella fornitura di gasolio per 10 milioni di litri con 7 milioni di euro di accisa evasa. Numeri collezionati da gennaio a novembre 2019. Un arco temporale che rende l’idea della massa movimentata in modo illecito, secondo l’accusa, da un’organizzazione che sapeva muoversi sul territorio a caccia di occasioni per il business del carburante a prezzo vantaggioso da proporre ai clienti. Una filiera che nella sua fase terminale finiva nei serbatoi degli automobilisti. Un pieno di diesel pagato per intero, ma di gasolio vero forse ce n’era la metà. Con danni eventuali per motori e ambiente. Oltre ai certi mancati incassi dell’erario.

Al vertice dell’organizzazione c’era Alberto Cozzolino, 33 anni, residente a Volla (Napoli), già arrestato nel 2014 per reati analoghi, l’unico finito in carcere. Tra i suoi principali collaboratori Ferdinando Auriemma, 41 anni, campano e Antonio Manna, 31 anni, entrambi ai domiciliari. L’epicentro dell’attività della banda, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, era il deposito di Crespina gestito dalla società Ksenya poi fallita, ma che per un po’ ha continuato a operare. L’amministratore era Riccardo Cocci, 64 anni, di Firenze, per il quale è stato disposto l’obbligo di firma. La contabile che si occupava dei Das (documento di accompagnamento semplificato) da consegnare agli autisti, ritenuti modificati tra quanto scritto e quello che c’era nelle autocisterne, era Simona Stefanini, 58 anni, agli arresti domiciliari.L’altro protagonista, quello che provvedeva anche alle miscelazioni nel deposito pisano ed era sempre nella sede di Crespina, è Sergio Romanacci, 63 anni, di Collesalvetti.

Per lui il gip Donato D’Auria ha firmato l’obbligo di dimora. Il nucleo di polizia economico finanziaria ha sequestrato 20 conti correnti e 103 tra rimorchi, cisterne, auto e moto per un valore di 14 milioni di euro. —

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