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Il porto il lutto: si è spento l'imprenditore Rossano Lorenzini
Livorno: figlio di Dino e fratello di Enio, figure-chiave del mondo delle banchine, ha collaborato a lungo con la Compagnia ed era l'anima del Venezia
LIVORNO. Se n’è andato per sempre nel cuore della notte di Pasqua: Rossano Lorenzini era in un letto d’ospedale e ha alzato bandiera bianca dopo aver fronteggiato con coraggio una lunga malattia. È bastato pochissimo tempo e, in questo incredibile tempo sbandato che stiamo tutti vivendo come una sospensione di realtà, non potendo prendere la forma classica d’un funerale, il lutto e le lacrime hanno invaso i social per dargli l’ultimo abbraccio.
Rossano Lorenzini lascia la moglie Annamaria, i figli Davide e Claudia, i nipoti Matteo, Samuele, Sara e Greta. Fra i fratelli, oltre alla sorella Dina figurano Angelo (ex portuale) e Enio, anche lui sul fronte del porto, anche lui imprenditore (ma come terminalista): uno dei più importanti del porto. Avrebbe compiuto 77 anni a giugno. Era imprenditore in campo marittimo-portuale con la sua Unisped, quartier generale in via Guido Donegani, a quattro passi dal varco Valessini: “spedizioniere e agenzia di operazioni doganali”, questo il mestiere secondo la definizione da codice Ateco dell’attività che l’aveva visto sulla breccia per più di un quarto di secolo. In realtà, era qualcosa di più di un fornitore di servizi per i portuali di via San Giovanni, non solo come Compagnia ma anche per la controllata Cilp (ora a metà con l’imprenditoria privata delle famiglie Neri e Negri). Basti dire che il numero uno della Compagnia portuale, Enzo Raugei, gli rende omaggio con affetto fraterno che va ben al di là delle frasi di circostanza: «Per noi non era un fornitore, era uno di famiglia che godeva della nostra totale fiducia»: figurarsi – aggiunge - che a Rossano «avevamo dato la carta intestata ed i nostri timbri, perché se riteneva di intervenire con celerità, poteva farlo».
Del resto, non c’era solo una reciproca stima: «C’era anche un legame di “sangue”: derivava dal cognome che portava, visto che suo padre Dino è stato uno storico e illustre consigliere della Compagnia», ricorda Raugei. Per capirci: stiamo parlando di un uomo che negli anni settanta, come raccontano i familiari, «vide al funerale venire mezza Livorno, almeno 10mila persone». Come ribadiscono dal Palazzone di fronte alla Fortezza Vecchia, «a Rossano dobbiamo molto: i suoi consigli in ambito doganale e spedizioneristico sono stati preziosi e hanno aiutato noi della Compagnia a crescere, ad avviare l’attività terminalistica». E non era semplicemente una pacca sulla spalla, un incoraggiamento tanto per dire: «Più di una volta ci ha strigliato rimproverandoci per migliorare l’organizzazione e l’osservanza di precise procedure». Lo ripete Raugei: «Ci dispiace molto non poter rendergli l’ultimo saluto nelle forme che avrebbe meritato, lo ricorderemo sempre con affetto e devozione». Sul campanile di Crocetta, la parrocchia che fu di padre Saglietto nella prima metà del Novecento, ci sono quattro campane: dedicate l’una a Vasco Iacoponi , l’altra a Tito Neri, la terza a Gaetano D’Alesio e la quarta a Dino Lorenzini, il babbo di Rossano. Anni fa le aveva fatte risistemare proprio Rossano Lorenzini. Ora quella campana suona per lui.
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