Il Tirreno

Livorno

il racconto  

In fila al supermercato tra ansia, regole e mascherine

Matteo Scardigli

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Guanti e mascherina, i clienti aspettano pazientemente il proprio turno sotto lo sguardo vigile e bonario degli incaricati alla sicurezza, stranamente concentrati sugli ingressi nei supermercati più che alle uscite. Non fosse per la consueta “fila all’italiana”, che pure rispetta la distanza consigliata utilizzando il carrello della spesa come nuova unità di misura, si potrebbe quasi pensare di trovarsi nell’asettico Giappone.

Nel giorno uno delle nuove misure di contrasto alla diffusione del Coronavirus, decretate nella sera di lunedì dal governo Conte, i livornesi sono andati a fare la spesa come in qualunque altro martedì mattina. Alla Coop di via Settembrini, dove alle casse si può accedere uno alla volta, il metro di separazione è rispettato già nel piazzale esterno per la coda alla posta così come alla farmacia. Stesso scenario di Parco Levante, dove all’esterno del punto vendita è stata allestita una corsia di accesso con transenne e nastri di fortuna, ma con misure anti-contagio sono ancora più stringenti all’interno: vietato passare di mano in mano carte e denaro, che devono essere depositati in apposite vaschette per evitare il contatto diretto. Alle Fonti del Corallo le commesse dei negozi nel centro commerciale approfittano della calma piatta surreale per sistemare scaffali e vetrine o stanno sulla soglia a conversare con le dirimpettaie in un affresco da paese d’altri tempi. Si entra a scaglioni anche ai Penny Market di viale Petrarca e all’Eurospin di viale Ippolito Nievo, con tuttavia un po’ di calca al nastro trasportatore; scena che si ripete anche alla Pam di piazza Saragat in Corea, dove nella tarda mattinata è già scemato l’assurdo panico per il decesso, avvenuto poche ore prima.

Alla Lidl, sempre sull’Aurelia, il personale del negozio offre i guanti a chi ne è sprovvisto all’arrivo. Le domande del cronista, anche se non vìolano lo spazio personale, non sono invitate. Chi risponde lo fa quasi a bassa voce, difendendosi nell’anonimato del gruppo: «È una scocciatura, ma che tocca fare. Prendiamo quello che serve in casa e speriamo che passi presto». L’unica concessione all’invettiva è contro i “profughi” delle (ex) zone rosse: «Se restavano a casa non succedeva nulla, accidenti a loro». Meglio aver paura che toccanne, insomma. Nei centri della grande distribuzione organizzata in tutta la città si cede il passo a chi arriva per primo alle porte scorrevoli, e chi salta la fila (della quale non si è avveduto) non viene _arronzato_ né si fa valere con chi glielo fa notare ma si accoda borbottando sottovoce. E con educazione si domanda agli addetti se i rifornimenti arriveranno regolarmente e come ci si deve comportare. Alla fine sullo scontrino c’è magari qualche cassa d’acqua extra e una scorta di rotoloni di carta, poi si torna alla macchina scrollandosi di dosso questa surreale situazione. —

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