Coronavirus, fidarsi della Toscana
La metafora delle mascherine ci racconta la paura che possono farci gli altri. Ma in realtà, per gli altri, siamo in grado di fare anche cose belle come dimostra una storia che arriva dal Comune di Seravezza
Le mascherine, così familiari in questi giorni, sono una metafora potente. Le indossiamo per evitare di essere contagiati ma gli esperti ci spiegano che deve usarle chi teme di contagiare. Insomma abbiamo paura di ciò che possono farci gli altri, mentre dovremmo preoccuparci del male che noi potremmo fare a loro. Fa riflettere.
Eppure siamo capaci anche di cose belle. Comune di Seravezza: a un lavoratore serve più tempo per assistere a casa il figlio malato. Le ferie regolari non bastano. Così i colleghi rinunciano a 8 giorni e glieli donano. Eccola, la solidarietà: diventa un’impronta di vita. Scriviamo #laToscananonsiferma al tempo del coronavirus perché la Toscana la conosciamo bene. Non si fermerà. Sappiamo che vive anche di doti immateriali: la bellezza, l’identità, l’empatia tra luoghi e genti. C’è l’emergenza sanitaria, con le sue regole giuste; e c’è l’emergenza economica. Quelle che per il mondo sono vacanze, qui sono progetti, famiglie, architetture delle esistenze. Il turismo non è un optional laterale, è ossigeno. E la Toscana vuole respirare.
Siamo qui, fidatevi, sceglieteci.
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