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Violenza maschile, per le donne è tra le prime cause di morte

Lucia Aterini
Violenza maschile, per le donne è tra le prime cause di morte

Dati choc forniti dalla presidente della commissione d’inchiesta sui femminicidi  che a Livorno ha partecipato a un’iniziativa in collaborazione con la Coop

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L’efferatezza delle aggressioni fisiche e sessuali contro le donne cresce inesorabilmente. I numeri dei femminicidi sono stabili, in aumento le denunce che vengono presentate. E infine la violenza dell’uomo è tra le principali cause di morte della donna. A dare queste macroindicazioni, in un incontro promosso da Coop nell’ambito della campagna “Via le mani”, è la senatrice Valeria Valente, eletta nel collegio Campania nelle liste del Partito Democratico e da febbraio presidente della commissione d’inchiesta sul femminicidio.

Senatrice, dove si indirizza il lavoro della commissione?

«Prima di tutto proprio sui dati perché ancora abbiamo numeri empirici e non organici del fenomeno perché gli omicidi delle donne non sono sempre femminicidi e manca la rilevazione della relazione tra la vittima e il carnefice. Di conseguenza registrare i dati è complicato. E, rispetto all’attuazione della convenzione di Istanbul, ogni paese si dovrà dotare poi di una banca dati».

Proprio sulla Convenzione di Istanbul, strumento internazionale per eliminare le forme di sopraffazione nelle relazioni di genere, come si pone la commissione d’inchiesta?

«Noi stiamo verificando l’attuazione della convenzione che si basa su strategie riassunte in quattro “p”, politiche, prevenzione, protezione e punizione. Quella che, al momento, è stata messa in pratica è solo l’ultima, la “p” di punire. Sulle altre “p” c’è ancora una sorta di latitanza. Per la “p” di politiche i paesi non hanno ancora una raccolta dati e quindi questo versante è da attuare. Per la “p” di prevenire abbiamo chiesto al presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte una legge sull’educazione ai sentimenti da introdurre nelle scuole. E la risposta è stata positiva. E poi, sempre per la prevenzione, è importante caricare di disvalore sociale la violenza sulle donne, cosa che in Italia non avviene. Perché la reazione ai fatti è spesso: “La donna se l’è cercata”».

E poi c’è la “p” di protezione. E anche qui il panorama italiano non è esaltante

«Stiamo assistendo a una vittimizzazione secondaria quando la donna che denuncia rischia di subire un processo. E quando va a chiedere garanzie per sé stessa e i figli quest’ultimi vengono affidati al padre violento. La protezione della donna deve essere più efficace e quindi bisogna investire molto di più in formazione. Oggi ci troviamo in situazione in cui le violenze non vengono viste dai medici di base, dagli psicologi, dagli ufficiali giudiziari. La scommessa vera è la formazione e la specializzazione che troviamo soprattutto nelle persone che lavorano nelle case rifugio. E che, però, non hanno finanziamenti adeguati».

Sulla legge di recente approvazione definita “codice rosso”che ne pensa?

«Mi sono astenuta perché la nuova legge scommette sull’apertura del processo subito. Per me invece è importante chiudere il processo al più presto. E rispetto anche all’aumento delle pene previste per i reati sessuali io credo che non sia deterrente, l’importante piuttosto sarebbe aumentare la durata della misura cautelare. Per il resto ci sono aspetti positivi, come il riconoscimento di reati nuovi (la diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite , lo sfregio del volto, il divieto dei matrimoni imposti e la violazione della misura di divieto di avvicinamento), e aspetti che invece hanno bisogno di modifiche».

E poi però c’è anche un vulnus di questa legge che è a invarianza finanziaria

«Stiamo lavorando anche su questo con emendamenti alla legge di stabilità». —



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