Il Tirreno

Livorno

la storia 

Affidate a un fruttivendolo ed ereditate da un carrozziere

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LIVORNO. È il 1909. Amedeo Modigliani arriva in città, per recuperare qualche stralcio di quella salute che sta irrimediabilmente perdendo. E’ stanco, lacero e malvestito. Affitta un fondo via Gherardi Del Testa e si mette a scolpire. I suoi soggetti sono ispirati all’arte ‘Negresca’, al lavoro del romeno Costantin Brancusi, che aveva osservato ed assaporato nei mesi precedenti a Parigi. Realizza cinque teste, e non sapendo come trasportarle nel suo viaggio di ritorno verso la capitale francese, decide di affidarle ad un conoscente, Roberto Simoncini , detto ‘Solicchio’, fruttivendolo del mercato centrale. Personaggio che, tra le altre cose, gli è servito quale modello per uno dei suoi più famosi capolavori, ‘il mendicante di Livorno”, l’unico quadro realizzato in quei mesi labronici. Solicchio accetta la proposta, sistema le sculture nel suo giardino, poco distante (abita sugli Scali olandesi) e si infervora quando i nipoti le utilizzano per giocare. Piero Carboni, uno dei nipoti, nel 1943 rientra dallo sfollamento, per sottoporsi alla visita medica ed essere arruolato. Riesce ad entrare nella zona interdetta (dove abitava suo zio), grazie al suo tesserino militare, e tra i cumuli di macerie recupera tre delle cinque teste insieme ad un baule contenente effetti personali appartenuti allo stesso Modigliani. Con un carretto le trasporta da sua zia Adalgisa, (casa sua, in via Mentana è completamente distrutta) , in piazza XX Settembre, e le posa su un terrazzo che si affaccia sul fosso reale. Finita la guerra va a prenderle, e da quel momento le tiene sempre con se, sistemandole nelle varie ‘carrozzerie’ nelle quali svolge la sua professione. E le pone in bella vista. Nel 1984, nella fase calda dei dragaggi, Carboni contatta Vera Durbè dicendo che le teste che stanno cercando sono in suo possesso, ma viene respinto a male parole. Nel 1991 lo stilista Giuseppe Saracino, appassionato d’arte, capita per caso nella sua carrozzeria e dopo aver visto le sculture capisce di trovarsi di fronte qualcosa di magico. I due firmano un accordo: Saracino avrebbe approfondito la questione, e gli eventuali ricavi sarebbero stati suddivisi a metà. Sono convinti che valgano appena qualche milione di lire: ma quando le mostrano a Carlo Pepi, scoprono che il loro valore potrebbe essere di parecchi miliardi. Addirittura Pepi, visto che una delle tre teste è danneggiata, la ricostruisce nelle sue parti mancati, e la certifica assolutamente autentica, al pari delle altre. La situazione si ingarbuglia, e tra perizie e denunce, le sculture vengono sequestrate dai carabinieri. Nel 2000 si arriva persino ad un processo dal quale gli imputati (Saracino e Pepi , Carboni è nel frattempo deceduto) vengono totalmente scagionati. Adesso queste tre meraviglie sono bloccate in un caveau della Banca Etruria. Appartengono agli eredi di tre ceppi familiari. —

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