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Moby, dopo la quiete riecco la tempesta (che riguarda anche il porto di Livorno)

Mauro Zucchelli
Moby, dopo la quiete riecco la tempesta (che riguarda anche il porto di Livorno)

È durata pochissimo la pace: fondi in pressing sulle banche. Il post del numero uno della società con un video di Al Pacino

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Altro che quiete dopo la tempesta: alla Balena Blu del Moby non si addice la bonaccia lacustre ed ecco che la compagnia della famiglia Onorato – che ha in pugno anche i marchi Tirrenia e Toremar – finisce dentro un uragano. Proprio quando sembrava che la battaglia campale con i fondi internazionali lasciasse il campo a una trattativa per la ristrutturazione del debito, è saltato lo scambio di traghetti con la compagnia danese Dfds che avrebbe portato nelle casse della società italiana una gran boccata di ossigeno finanziario in virtù della cessione di due gioielli di famiglia come la Moby Aki e la Moby Wonder ottenendo di rimpiazzarle con due navi vecchiotte come la King Seaways e la Princess Seaways, entrambe con più di trent’anni di onde sulle chiglie.

L’annuncio arriva da Moby – sede legale a Milano ma quartier generale all’Elba e uffici livornesi al terminal crociere, lì dov’è la sede principale di Toremar – appena dopo aver ricevuto la mail con cui la società nordeuropea rompe il contratto di compravendita incrociata.

Un fulmine a ciel sereno? Apparentemente sì, se pensiamo che solo pochi giorni fa si era avuta la rinuncia dei fondi a presentare appello contro il no del tribunale di Milano alla loro richiesta di fallimento della compagnia degli Onorato: e questo aveva fatto immaginare una navigazione più tranquilla per la flotta Moby, dopo che il tribunale di Milano aveva respinto al mittente l’istanza di “insolvenza prospettica” presentata dai fondi (ma, al tempo stesso, aveva messo in collo agli amministratori e al collegio dei revisori la responsabilità di far decollare strategie di risanamento di conti zoppicanti).

Ma subito dopo l’avvisaglia della pace erano saltati fuori anche crepe e scricchiolii. Basti pensare che in questi ultimi giorni un sito specializzato solitamente bene informato come Ship2Shore (S2S) aveva puntato il dito contro il fatto che non stava filando liscia come l’olio la liberazione dalle ipoteche che le banche avrebbero dovuto formalizzare prima di poter concretizzare davvero quest’operazione di scambio delle navi. E dietro – veniva fatto rilevare – non c’era semplicemente uno slittamento nei tempi burocratici bensì il pressing che nel frattempo i fondi internazionali avevano cominciato a fare sul pool di istituti di credito. Insomma: i fondi non ce l’avevano fatta a far valere di fronte al giudice fallimentare i propri timori per la dismissione di una fetta del patrimonio di Moby (della quale hanno in mano quote di un bond da 300 milioni di euro con scadenza 2023), ci provavano però di rinterzo richiamando una possibile corresponsabilità delle banche qualora liberassero l’ipoteca.

Solo una tattica negoziale per mettere in difficoltà la controparte e spuntare una posizione più favorevole nella trattativa? Però qui, come fanno rilevare vari osservatori (e come indica anche S2S), non solo dal punto di vista finanziario ma anche da quello industriale i tempi non sono una variabile indipendente: ogni slittamento nella consegna fa partire in ritardo i lavori per trasformare i traghetti in navi Dfds con tutti i riflessi sulla possibilità di utilizzarli nella stagione di punta.

Dev’essere per questo che Moby è andata al contrattacco dichiarando guerra a Unicredit, che è alla testa di un gruppo di istituti. Del resto, sulla propria pagina Facebook Vincenzo Onorato, patron della flotta di famiglia, pubblica un video di Al Pacino nel film di Oliver Stone “Ogni maledetta domenica”: è l’allenatore di una squadra di football americano che deve affrontare un match decisivo in una condizione molto difficile per forfait, attriti, defezioni. «Siamo all'inferno adesso», dice Al Pacino-Tony D’Amato. «E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell'inferno un centimetro alla volta. Io però non posso farlo per voi: sono troppo vecchio». E poi: «Perciò o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi, è tutto qui». Non c’è bisogno di dire cosa succede quando, appena prima di buttarsi nella battaglia, il coach chiede ai suoi ragazzi: «E allora, cosa volete fare?». —




 

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