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Livorno

l’esperto 

Carlo Pepi: «Ho dei diari ma non interessano»

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LIVORNO. Anche Carlo Pepi, sempre in prima linea quando si tocca l’argomento, tratteggia la formazione culturale di Amedeo Modigliani. «Un ragazzino speciale - dice -, un grosso ascoltatore. Invece di stare coi suoi coetanei a giocare, preferisce camminare col nonno, un uomo fortemente istruito, e imparare più cose che può. Poi cresce e si iscrive al liceo, ma ad un certo punto si ammala, e per questo si ritira e completa la sua formazione a casa. Solo a quel punto, scopre la sua vena artistica e la madre decide di mandarlo a scuola di disegno dal modesto maestro Guglielmo Micheli. Sarà invece Giovanni Fattori a scoprirlo, e a fargli capire la sua grandezza. Tutte cose che sono scritte sui diari in mio possesso, che, in passato , ho più volte esposto alla casa tra il disinteresse completo e assoluto della città». Appunto la casa, Carlo sottolinea come lui, ad inizio anni Ottanta fu il primo a riaprirne le porte. «La presi in affitto per ospitarci gli archivi legali - spiega - , ci misi la targhetta d’ottone alla porta e per questo fui rimproverato. Eravamo in quattro, io Parisot e i due fratelli Guastalla. Ma il rapporto dopo qualche tempo si deteriorò a causa di alcune pubblicazioni e detti le dimissioni. Avrei voluto anche comprarla ma alla fine dovetti desistere. Ci facevo delle mostre, Parisot mi fece avere tutti i carteggi originali. Veniva gente da ogni dove , tranne che da Livorno. Solo Nedo Luschi, un grande pittore, tutti gli anni mi portava una corona di alloro che appendevamo all’altezza della targa. Era un periodo in cui eravamo due gatti a parlarne». —

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