Bioraffineria, un’opportunità ma prima tutte le garanzie
Bio è un termine molto rassicurante, perché ci fa immediatamente pensare a qualcosa disciplinato con rigore secondo regolamenti molto puntuali. A qualcosa di naturale o quasi. Il commento di Alessandro Guarducci
Bio è un termine molto rassicurante, perché ci fa immediatamente pensare a qualcosa disciplinato con rigore secondo regolamenti molto puntuali. A qualcosa di naturale o quasi.
Si definisce biodegradabile, per esempio, un prodotto o composto chimico che, disperso nell’ambiente, si decompone facilmente in composti meno inquinanti. E dunque non ci facciamo scrupoli a usare detersivi con questa dicitura.
Ma bio può essere anche l’agricoltura, quando sfrutta la naturale fertilità del suolo favorendola con interventi limitati che escludono sempre e comunque gli organismi geneticamente modificati. Di conseguenza, sugli scaffali del supermercato cerchiamo patate o limoni biologici. Bio può anche essere l’architettura, quando si occupa di realizzare case che permettono di mantenere in equilibrio – grazie a energia e materiali innovativi – la salute dell’ambiente e delle persone che vanno a viverci.
Insomma, bio è ormai diventato nel linguaggio comune e nei nostri pensieri sinonimo di qualcosa di positivo. Ma questa convinzione si è trovata un po’ spiazzata quando, nei giorni scorsi, si è ipotizzato di realizzare una bio-raffineria a Livorno, precisamente a Stagno nello stabilimento Eni. Il progetto è quello di una riconversione verde di Eni che, tradotto in pratica come ha ben spiegato sul Tirreno Mauro Zucchelli, prevede come materia prima 200mila tonnellate annui, forse raddoppiabili, di scarti e di rifiuti provenienti dall’area di Firenze. Sì, rifiuti come energia invece di petrolio. Una ipotesi che è stata subito apprezzata dal governatore Enrico Rossi soprattutto perché così potrebbe evitare la costruzione dell’inceneritore di Case Passerini che proprio non piace ai fiorentini.
Più cauto è stato invece il giudizio del sindaco Luca Salvetti che, anche nel corso dell’intervista di mercoledì scorso allo Chalet della Rotonda, ha detto chiaro e tondo a l Tirreno che chiederà «la massima sicurezza» per l’ambiente e per la salute pubblica di questo progetto che lo ha preso un po’in contropiede.
Solo dopo aver ricevuto la garanzia che la bio-raffineria è davvero bio (una parolina magica. . .) si potrà discutere sulle utilità di un impianto del genere nel nostro territorio. Dunque sul tema delle cautele non potranno essere fatti sconti, anche perché i livornesi hanno già una situazione ambientale complicata: basti pensare all’esistenza alla periferia della città, di un’area a rischio di incidente rilevante.
La prima cosa che viene alla mente in un quadro di questo tipo è la graduale dismissione del termovalorizzatore di Aamps: difficile infatti pensare che possano coesistere, a distanza di appena tre chilometri, una raffineria che brucia i rifiuti di Firenze e un impianto che brucia invece quelli di Livorno.
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