Livornesi bianchicci e disorientati è la maledizione del meteo pazzo
Calzini invece dell’infradito, tatuaggi prigionieri sotto i vestiti. Vani i tentativi di andare al mare: è la nostra primavera glaciale
È da mare? No. Non lo è, non lo è stato, chissà quando lo sarà.
I livornesi “fanno il visino”. Increduli e rassegnati più che incazzati, vagamente spaventati, perché alla fine vien quasi da pensare a una punizione divina, un evento sovrannaturale, e altro che non ci sono più le mezze stagioni, qui c’è da farsi benedire dai greci.
A Livorno, la città dove se a fine marzo non sei abbronzato la gente ti chiede con tono insinuante e canzonatorio “ma quest’anno ’un ci vai al mare?”, piove e fa un freddo cane da giorni e giorni.
Impazziscono le previsioni meteo che magari annunciano due ore di solicchio il sabato pomeriggio e poi diluvia e le temperature precipitano, così i livornesi vanno ancora più fuori di testa.
Praticamente l’inverno non è mai finito, altro che tempo instabile, qualche giorno nuvoloso, insomma una primavera pazzerella ma pur sempre primavera.
E se in altre città si tira avanti semplicemente posticipando il cambio degli armadi forse persino felici di non dover già soffrire il caldo, denudare piedi callosi e mettere in mostra carni flaccide, qui la gente è sotto choc.
Scuotono la testa - prima e dopo aver scrutato il cielo, consultato le previsioni sul telefonino, tentato di denudarsi e mettersi “al riparo” con indicibili acrobazie - gli abitué dell’Accademia, degli Scogli Piatti, del Gabbiano e di tutti i luoghi dove, prima che arrivasse la maledizione del meteo pazzo, tutto l’anno si mettevano in mostra corpi palestrati anche se attempati, tatuaggi e colorito almeno color miele (qui l’uomo e la donna bianchi sono tabù) e se si era avvero ganzi si faceva anche il bagno mentre a casa c’era l’albero di Natale.
Consolarli, spiegando che ogni tanto, ogni 30 anni per esempio come in questo caso, capita una primavera glaciale anche a Livorno, è inutile.
Come pesci fuor d’acqua e pinguini senza ghiaccio i livornesi vivono attoniti lo schiaffo del “tempo non da mare”.
Non provano nemmeno ad avvantaggiarsi con qualche lampada Uva: quelle si fanno magari in agosto se per qualche giorno si è dovuto rinunciare al sole e si è persa un po’ di abbronzatura oppure appunto tra aprile e maggio quando tutti cominciano ad essere già “belli neri”.
Ma questo freddo, il piumino sempre addosso, i calzini invece delle infradito, il democratico livellamento della dose di melanina da sfoggiare, rendono tristi e poco competitivi. Bianchicci come fiorentini qualunque, vestiti come si fosse a Bolzano, i sensi di colpa per il drago a colori tatuato sulla schiena che prigioniero sotto la camicia va in depressione pure lui.
Un popolo privato della sua identità, non più baciato dal sole. Solo un’estate senza nemmeno mezza nuvola potrà risollevarci. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
