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Livorno

Resistenza, nome plurale di libertà e giustizia «Era una guerra civile, non c’è fascismo buono»

Mauro Zucchelli
Resistenza, nome plurale di libertà e giustizia «Era una guerra civile, non c’è fascismo buono»

La cerimonia col prof. Pezzino a Palazzo Civico 

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la nostra storia

Di Resistenza non ce n’è stata una bensì tante: e sono proprio le «tante resistenze combattute con o senza armi» a fare da fondamenta alla nostra democrazia. Ha preso le mosse da qui a Palazzo Civico la prolusione del prof. Paolo Pezzino, presidente dell’istituto Parri, nell’anniversario numero 74 della festa della Liberazione. Rimbalzano nelle parole dello storico le tante facce che, in corteo, hanno raccontato quanto vada declinato al plurale l’identikit dell’antifascismo.

Il perimetro va ben al di là di quello delle bandiere rosse: non è una bega privata fra fascisti e comunisti, insiste. Figurarsi che il numero dei partigiani combattenti è superato dai militari internati dai tedeschi (senza neanche lo status di prigionieri), che si rifiutano di aderire a Salò anche se avrebbe valso la libertà. E non si dimentichi l’odissea dei soldati di Cefalonia. Non solo: «Accanto alla resistenza in armi» c’è stata «una resistenza civile diffusa e articolata con atteggiamenti di consapevole disobbedienza, in nome di un antifascismo esistenziale e prepolitico». Come quella delle donne che hanno nascosto chi scappava dai tedeschi. E «non erano comunisti» né i tanti contadini che dividevano poco pane con i partigiani né i molti sacerdoti rimasti a difendere le loro comunità solo con la tonaca…

Il prof sgombra il campo dall’idea che possa esserci stato anche un “fascismo buono” e che Mussolini abbia pagato il prezzo di due errori come le leggi razziali e l’entrata in guerra, entrambi giustificati col pressing di Hitler e l’illusione di diventare una grande potenza. Secondo Pezzino è «fin dall'inizio della sua esistenza come movimento politico» che il fascismo incorpora «i più virulenti caratteri del nazionalismo», nel suo originario bagaglio ideologico c’è «una concezione aggressiva e espansionistica della nazione» (si pensi a tutto il baccano sulla “vittoria mutilata”). Tradotto: la guerra non è stata una “svista” ma una conseguenza.

È vero che negli ultimi dieci anni i discorsi ufficiali in Comune – così come gran parte della storiografia – hanno spesso mandato in soffitta le liturgie per aprire riflessioni e interrogativi anche scomodi, ma le undici cartelle di Pezzino vanno anche più in là: ad esempio, ricordando che c’è stata una fase di largo consenso al regime e sottolineando che non basta addossare la colpa a Mussolini per mandare assolti noi italiani e restituirci all’età dell’innocenza. Di più: riprende la lezione di Claudio Pavone per dire che la Resistenza è stata anche “guerra civile” di italiani contro italiani mentre per lungo tempo gli storici hanno preferito descrivere la lotta di liberazione partigiana come una cacciata dello straniero nazista. E ancora: non ha remore a segnalare che l’antifascismo è stata la scelta di una “minoranza attiva”. Del resto, quant’era difficile rivoltarsi contro gli ex alleati tedeschi per mettersi nel campo degli ex nemici angloamericani che magari stavano bombardando la tua casa…

Guai però a immaginare sbandate cerchiobottiste, come se tutti i gatti fossero ormai bigi. Non è così: Pezzino ha speso la vita a illuminare il contesto stragista degli innumerevoli eccidi che, come a Sant’Anna di Stazzema, hanno contrassegnato la ritirata nazista.

La “pietas” per i morti – aggiunge – non si discute (è «il riconoscimento delle tragedie umane anche nell'altra parte»). Ma per lo studioso non ci può essere «l'azzeramento della memoria storica» rimpiazzato da «un senso di appartenenza nazionale generico». Dunque, come sottolineato in apertura dalla vicesindaca Stella Sorgente, c’era chi stava «dalla parte sbagliata». Pezzino lo ripete citando il teologo Dietrich Boenhoffer per mostrare il terribile aut aut agli occhi dei cristiani in Germania: «O augurarsi la sconfitta del loro Paese perché la civiltà cristiana possa sopravvivere, o augurarsi la vittoria del loro Paese che distruggerà la nostra civiltà». —

Mauro Zucchelli



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