Il Tirreno

Livorno

le contestazioni della procura 

Tragedia in Arno, chiesto il processo per il papà di David: bracconaggio e armi

Pietro Barghigiani
Tragedia in Arno, chiesto il processo per il papà di David: bracconaggio e armi

Non poteva sparare nell’area riservata. Padre e figlio erano insieme quando il 21enne si tuffò per recuperare il barchino

3 MINUTI DI LETTURA





PISA. L’ipotesi dell’omissione di soccorso è stata valutata, ma poi scartata quasi subito. Quello che è rimasto nel fascicolo sono i reati contestati prima ancora che il mare restituisse il corpo di suo figlio, sparito la sera del 12 dicembre in Arno e riapparso il 23 sulla spiaggia del Gombo.

Dopo la tragedia della perdita a 21 anni di Davide, originario di Livorno, Riccardo Pellegrini deve ora affrontare le conseguenze penali di quell’uscita dall’epilogo senza ritorno. Una scelta, con il senno di poi sciagurata, che negli effetti ha già condannato il pescatore e la moglie a un fine pena mai di dolore. La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio del 53enne per bracconaggio, furto ai danni dello Stato (aveva ucciso il daino all’interno del Parco di San Rossore proprio quella sera) e porto abusivo d’armi dopo aver sparato fuori orario nonostante fosse in regola sia con il porto d’armi sia con i fucili di sua proprietà che nel frattempo gli sono stati sequestrati. L’ipotesi di un rito alternativo (abbreviato o patteggiamento) eviterebbe un processo con tempi più lunghi. L’inchiesta è stata chiusa in tempi celeri dal sostituto procuratore Miriam Pamela Romano dopo aver ricevuto le informative dei carabinieri. L’autopsia sul corpo di Davide, eseguita dal professor Luigi Papi, era servita per capire quanto tempo il 21enne fosse rimasto in vita. Un dato utile per accertare se, in ipotesi, l’eventuale ritardo nel chiamare i soccorsi avesse potuto contribuire a causarne il decesso. L’esito dell’esame svolto a medicina legale aveva escluso una sopravvivenza del giovane compatibile con l’arrivo anche rapidissimo dei soccorritori. Appena il livornese David si era tuffato in acqua sul lungarno D’Annunzio all’altezza dei Boschetti per recuperare il barchino fuori controllo, il suo cuore aveva smesso di battere nel giro di qualche secondo.

Un quadro, dal punto di vista dell’omissione di soccorso, in cui non sono emerse responsabilità del padre nei momenti successivi al tuffo fatale del giovane. È il contesto in cui è avvenuta la tragedia a mettere Pellegrini nella condizione di doversi difendere dalle accuse che già all’epoca non aveva respinto. «L’ho ammazzato (il daino, ndr) per mangiarlo a Natale e non è la prima volta che vado a cacciare nel Parco», aveva ammesso in lacrime al Tirreno. Non doveva essere lì a quell’ora di sera con il fucile sparare ai daini in una zona protetta. Oltre all’arma da caccia ritrovata sul barchino e a quelle custodite in casa, tutte denunciate, a Pellegrini i carabinieri avevano ritirato il porto d’armi. Ora la chiusura dell’inchiesta e la condizione di imputato con la decisione della Procura di processarlo per quella sera da incubo in cui uscito di casa da bracconiere, pratica illegale ma diffusa da decenni tra San Rossore e Arno, ed è tornato senza un figlio.

—

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Meteo

Maltempo in Toscana, scatta l’allerta gialla: temporali forti, vento e grandine – Ecco dove

di Redazione web