L’intervista-puzzle in diretta festival «Quel filo sottile fra ridere e deridere»
I protagonisti della kermesse parlano dei segreti dell’ironia Ma adesso lo sghignazzo è anche nei tweet del Potere
LIVORNO
Quest’intervista non c’è mai stata: è il puzzle delle dirette Facebook del Tirreno dal festival dell’umorismo. A rispondere ecco una sfilza di ospiti del “Senso del ridicolo”.
Agli occhi di un antropologo, cosa significa ridere?
«Intanto, – risponde l’antropologo Adriano Favole – c’è da fare una premessa: si ride in tutte le culture...».
Ma si ride o si de-ride? Mica è la stessa cosa.
«La differenza – ribadisce Favole – sta in una certa idea del “noi”: se ridiamo per compattarci, lo facciamo deridendo chi è al di fuori: il diverso da noi. Ma la cosa più interessante per me antropologo è come si ride fra culture. È come se, quando pensiamo agli altri, ci sentissimo condannati alla seriosità, che sia in forma triste e mugugnona o, al contrario, in modalità accogliente».
Impossibile salvarsi...
«No, a patto che ci si senta goffi. Com’è accaduto a me con un gruppo di bambini polinesiani per aver sbagliato di un niente l’intonazione di una vocale».
Ma un conto sono i bambini polinesiani e un altro i leoni da tastiera. C’è chi sceglie di chiamarsi fuori...
«Lo spirito dei tempi è quello della sfiducia negli intermediari: la sfida bisogna accettarla – dice la giornalista Concita De Gregorio – e capire che i riflettori non vanno sul conduttore ma sui protagonisti di quella storia”.
La vostra conversazione si intitola “Ma sei di fuori? ”. Follia, dunque: e lei ne parla come di un requisito di salute…
«Esser di fuori come un terrazzo è un “dentro del fuori” e un “fuori del dentro”», dice De Gregorio: «Per chi fa il mestiere di provare a capire e raccontare c’è bisogno di stare in bilico su questo limite. Serve a stare in una condizione di quasi-disagio vigile, senza starsene in panciolle».
«Non c’è nessuno – afferma lo scrittore Simone Lenzi – che ti rinchiude a Sant’Elena come Napoleone. Ma conviene prendere un po’di autodistacco...».
Lo dice il sottotitolo del suo libro: “Se non ti ci mandano vacci da solo”...
«È il senso di non sentirsi mai a casa. Ma da Livorno sono andato a Fauglia, mica a Mururoa...», afferma Lenzi.
Lei però si è anche chiamato fuori dai social: di questi tempi pare più raro che sparire su un atollo...
«Me ne sono andato da Facebook tre anni fa – ripete Lenzi – e le assicuro, si sta molto meglio».
C’è chi invece insiste: occhio ai social ma bisogna tenerli accesi, starci dentro. Eppure spesso sono la palestra del rancore...
«Come faccio – risponde la sociolinguista Vera Gheno – a gestire l’account twitter dell’Accademia della Crusca senza arrabbiarmi? Vado nella stanza accanto, uccido gattini e ne bevo il sangue, poi vado on-line tranquilla».
«Sui social – aggiunge il filosofo Bruno Mastroianni – tendiamo a prenderci troppo sul serio: il problema è la mancanza di autoironia» .
Ben detto, ma allora?
«Gli animali – dice Mastroianni – se mostrano i denti lo fanno per aggredire, gli umani no: lo fanno per ridere. La via d’uscita? Essere animali umani: i denti mostriamoli per ridere, soprattutto di noi stessi» .
Invece l’anonimato della rete offra l’occasione per dare a qualcun altro le randellate che ci dà la vita...
«Le parole possiamo usarle sì per randellare – dice Gheno – ma anche per dialogare e scoprire cose interessanti. Alla fine randella oggi randella domani il cattivismo stanca: si fa una faticaccia...» .
Colpa del fatto che andiamo in cerca non di cose nuove ma della conferma di quello in cui crediamo già.
«Succedeva anche prima: solo che si andava in parrocchia o alla Casa del Popolo. Ma quante opportunità di spalancare le porte ci offrono i social. Certo, se aspettiamo che a risolverci tutto sia l’algoritmo di Facebook...».
Talvolta sembra che le battute rimbalzino scopiazzate: lo spirito dei tempi o di Twitter?
«C’è un problema di sovraproduzione: non credo al dolo. Non dimentichiamo che Trump “cinguetta” per affermare il proprio potere tramite anche la comicità», dice l’autore Walter Fontana.
Non è il Re a essere nudo, è il poverocristo…
«Il potere si è impossessato dell’ironia – dice Gabriele Gimmelli, storico del cinema - e i sudditi non hanno più neanche lo sberleffo del giullare. È una cosa che spaventa: Bertoldo non ha neppure più la lingua. Twitter? Kraus insegna che scrivere un aforisma è più difficile che fare un romanzo. Ma qui si esagera: l’onnipresenza dei social sforna troppo e rischia di rovinare la possibilità di ridere bene». —
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