Il Tirreno

Livorno

La messa sul sagrato: «Ai Domenicani il pericolo non è la chiesa ma la droga»

Nicolò Cecioni
La messa sul sagrato: «Ai Domenicani il pericolo non è la chiesa ma la droga»

Dopo la chiusura di Santa Caterina il parroco don Michele sfida Nogarin dall’altare: «Ora si pensa all’incolumità del popolo, ma sanno quel che succede qui la notte?»

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LIVORNO. «Ci hanno tolto la chiesa, ma non possono toglierci la messa. Senza la messa la domenica, il cristiano è morto». Davanti ad un centinaio di fedeli, ieri mattina don Michele Esposito, parroco di Santa Caterina, ha celebrato la messa delle 11 sul sagrato dell’antica chiesa, all’aperto, nel cuore della Venezia. E il silenzio di un’assolata domenica mattina in piazza dei Domenicani è stato riempito dai canti, dalle letture sacre, dai salmi intonate dai fedeli e soprattutto dalle dure parole del parroco.

Don Esposito ha dichiarato di non voler polemizzare col sindaco Nogarin che ha dichiarato l’inagibilità di Santa Caterina. Ma le sue parole poi sono state dardi avvelenati verso la scelta dell’amministrazione. «In Africa le Messe sono tutte all'aperto – ha esordito il parroco subito dopo il segno della croce - e lì non hanno chiese bellissime come le nostre che vengono dichiarate inagibili dalla sera alla mattina. Noi grazie a Dio vogliamo celebrare questa eucarestia anche per le intenzioni del sindaco».

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«Non è una messa di protesta, anzi - ha detto don Michele -. Vogliamo fargli vedere che noi non abbiamo intenzione di andare contro le istituzioni, ma che con le istituzioni vogliamo lavorare. Oggi siamo qui come cristiani. E come cristiani non vogliamo difendere la chiesa, ma il diritto alla Messa. I Domenicani prima di essere un luogo di cultura, sono un luogo di culto. Oggi la comunità doveva riunirsi intorno all'altare di Dio. Ci sono tante altre chiese a Livorno, è vero. Ma si poteva dividere il gregge? No. No, non lo si poteva dividere perché abbiamo la nostra chiesa. Una chiesa che è nata nel 1755 per mano dell'architetto Del Fantasia,ed è talmente solida che ha supportato per anni tonnellate di impalcature di ferro. Non si può dichiarare inagibile una chiesa che spolvera dagli affreschi». Se questa è stata l’antifona, sotto un sole cocente la Messa è entrata nel vivo. Durante l’omelia, don Michele è tornato all'attacco, punzecchiando sarcasticamente Nogarin. «Grazie al sindaco - ha detto - possiamo mettere in pratica ciò che ci invita a fare il Papa. Francesco chiede ai cristiani di uscire dalle chiese e noi lo abbiamo fatto, celebrando la Messa in questa location».

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Parlando dalla piazza che fino a poche ore prima, come ogni sabato notte, è stata cuore della movida livornese, don Michele ha colto la palla al balzo per affrontare i problemi della Venezia e della gioventù: «Ci sono stati momenti in cui bisognava intervenire ai Domenicani e nessuno lo ha fatto - ha tuonato dall’altare, riferendosi a chi è responsabile dell’ordine pubblico -. Adesso che non c'era bisogno, si è intervenuti. Qualcuno ha iniziato a pensare all'incolumità del popolo. Bene. Ma non si pensa ai ragazzi che in questo posto, proprio davanti alla chiesa, tutti i sabati sera si danno alla morte con la droga e con l'alcol. Quella non è incolumità del popolo? Ho invitato il sindaco a venire a controllare la situazione anche per questo, per vedere come vanno le cose nel quartiere. Tutti i residenti sono consapevoli di ciò che accade, ma non siamo mai stati ascoltati perché la Venezia è il quartiere della movida. E allora è tutto tollerato, anche a costo di perdere tra qualche anno una porzione di popolo che sarà bruciata il cervello».

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