Il Tirreno

Livorno

I 90 anni di Mario Lorenzini: «Così la scuola è finita ko»

Mauro Zucchelli
I 90 anni di Mario Lorenzini: «Così la scuola è finita ko»

Livorno, per decenni figura-simbolo come sindacalista, segretario e presidente del Distretto. «Perché nessuno fa nascere una scuola per manodopera che lavori sui super yacht?»

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LIVORNO. «Era il ’76, l’anno in cui entrarono in campo gli organi collegiali nella scuola. Al direttore didattico della scuola elementare dei miei figli, a nome dei genitori di due classi andai a chiedere l’assemblea di classe: era qualcosa di talmente nuovo che mi guardò di sotto in sù e mi disse che avrebbe chiesto al provveditore. Ecco, alla fine ci lasciò l’aula dalle 18 alle 19, né un minuto di più né un minuto di meno». Mario Augusto Lorenzini, che in questi giorni compie novant’anni, è uno dei “grandi vecchi” della scuola livornese: sorride ricordando che quel giorno si fece la storia anche se magari nessuno se lo ricorda. Per la prima volta entravano i genitori all’interno della scuola a contare e discutere: ora se i genitori chiedono spazio è per minacciare cause legali se il prof non promuove il figlio....

È passato oltre un quarto di secolo da quando è andato in pensione e più di una quindicina di anni da quando la riforma del titolo quinto della Costituzione ha spazzato via il Distretto Scolastico del quale è stato per più di un decennio la figura-simbolo di tante battaglie, condotte anche nella trincea di segretario di scuola media e di sindacalista Snals. Sorride ora con il volto di una persona mite ma determinata. Sorride ma quel sorriso ha una piega amara: quel che vede adesso non gli piace granché. La scuola che smette di essere una comunità educante: e se, al contrario di quando in passato la spinta riformista era bloccata dai conservatori, adesso si susseguono le riforme l’una dopo l’altra ma senza altra bussola che la foga di risparmiare anziché quella di creare sapere, «senti parlare di razionalizzazioni ma dietro ci sono sempre tagli e tagli».

Mite sì, ma con una capacità strategica di individuare gli ingranaggi sui quali puntare per far girare la “macchina” dell’istruzione. «Come quella volta che io e Valter Nebbiai incontrammo a Pisa l’allora ministro della pubblica istruzione: gli spiegai i guai del sistema scolastico in zone come l’isola d’Elba e nel giro di sei mesi ottenni che l’anzianità di servizio dei docenti valesse doppio se la cattedra era nelle piccole isole. Una svolta nella scuola, e non solo: anche il resto dell’amministrazione statale prese questo modello». Un piccolo ingranaggio che ha cambiato il modo di funzionare del servizio.

I decreti delegati di allora venivano denigrati come una partecipazione annacquata e scialba: ora non ce n’è più neanche l’ombra. «Eppure – ricorda – sono state le nostre battaglie a impedire negli anni ottanta che a Montenero la scuola traslocasse da lì, che Colognole rimanesse orfana della sua scuola. Ora l’ex provveditorato è stato ridotto a un rangio minimo, anche gli assessori provinciale e comunale non hanno più il peso di una volta: tutto è in mano alla direzione regionale, le decisioni arrivano e stop».

Dall’alto dei suoi novant’anni c’è ancora una battaglia che Lorenzini combatterebbe volentieri. Anzi due. L’una: «Livorno ha nella cantieristica degli yacht la propria Ferrari, però le maestranze vengono troppo spesso da fuori: possibile che non sia ancora nata un’alleanza fra l’azienda privata e le istituzioni pubbliche per dar vita a corsi di professionalizzazione specifica? Mi ricordo che quando il prof. Catuogno dette vita ai corsi di odontotecnici all’Ipsia ha aperto una strada che ha segnato il territorio». L’altra: «L’istituto nautico ha forgiato leve di macchinisti e ufficiali, possibile che ora sia necessario andare a fare altrove il patentino che apre davvero le porte della carriera marittima?». Del resto, lui, ex segretario alle Vivarelli, prima a Palazzo Squilloni (ex Nautico) e poi in via Calafati, era uno che chiamava i ragazzi ad affacciarsi quando c’era il varo: «Guarda il futuro», diceva lui. E ora? «No, non vedo rosa».

 

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