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Se il violento prova il dolore della vittima: l'esperimento del Sant'Anna - Video
Pisa, nel laboratorio di Robotica Percettiva abbiamo provato l’aggressione virtuale: con robot indossabili gli uomini maltrattanti vivono sulla propria pelle le sofferenze che infliggono agli uomini
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PISA. Si avvicina. Andatura regolare. Esasperante. Riesci solo a pensare: “Ora si ferma. Si deve fermare”. Secondi. Meno. Frazioni. Il respiro ti si blocca. Non riesci a controllarlo. Il cuore ti pulsa nelle tempie, rimbomba nello stomaco. I piedi non obbediscono: non si muovono. Sai di essere immersa in un ambiente virtuale. Da qualche parte il cervello lo ha registrato. Eppure il corpo non si schioda. All’improvviso lui ti viene addosso. Ti trapassa. Cerchi di proteggerti. Le braccia si alzano d’istinto, ultima barriera di protezione in carne e ossa contro un avatar. Un grido contro un fantasma.
Sei una vittima virtuale. La paura, no: quella è reale nel laboratorio di Robotica Percettiva di Pisa. Dove puoi anche diventare l’aggressore. Il violento che prova le sofferenze inflitte alla vittima: questo è l’esperimento che l’equipe del professor Massimo Bergamasco, direttore dell’Istituto di Tecnologie della Comunicazione, dell’Informazione e della Percezione della Scuola Sant'Anna sta mettendo in piedi: far calare gli uomini violenti nei panni delle donne maltrattate.
L’ESPERIMENTO
Di questo esperimento - che Il Tirreno ha in parte provato - si parlerà il 14 giugno a Pisa, alla Scuola Sant’Anna durante il corso di formazione sulla Violenza contro le donne, organizzato (fra le altre) da Anna Loretoni, docente di filosofia politica all’istituto Dirpolis (Diritto, Politica, Sviluppo). È uno dei contributi della Scuola Superiore al contrasto della violenza di genere: un tentativo concreto di recupero degli uomini maltrattanti. È scienza, non fantascienza. Anche se si svolge dentro un ambiente virtuale. Anche se è necessario far indossare un “esoscheletro”, un robot sensorizzato, per consentire allo stalker di sperimentare le sofferenze che infligge alla propria vittima. Il violento nei panni della preda, per un’ora, per mezz’ora o il tempo che sarà necessario: una terapia espositiva nella quale immergere chi di solito alle donne dà la caccia. A Pisa tecnologia, mezzi, strumenti e scienziati sono pronti per la sperimentazione ipotizzata da Gaetana Morgante, docente di diritto penale all'Istituto Dirpolis, in collaborazione, appunto con il professor Bergamasco. Il Tirreno vi ci accompagna in anteprima.
DENTRO LA CAVERNA
Vittima o aggressore: il luogo per l’esperimento è lo stesso. “The cave”, la caverna. Si montano due gradini e si entra in un “ambiente virtuale altamente immersivo”: una stanza nella quale pareti, pavimento (ma anche il soffitto, volendo) sono costituiti da schermi retroproiettati. Le luci si abbassano, si fa buio in sala e sulle pareti/schermi da dietro vengono proiettate immagini generate da un computer. La presunta vittima si trova al centro della stanza. Indossa occhiali speciali che consentono l’immersione nell’ambiente a tre dimensioni. All’improvviso si vede venire incontro un uomo. Impossibile da fermare. Si muove in un ambiente idilliaco, villette a schiera, con alberi e giardino. Splende perfino il sole. L’uomo virtuale - un avatar - cammina verso la vittima che non percepisce lo spazio fisico intorno a sé. Solo lo spazio aperto e l’uomo che le viene incontro perché «le immagini sono proiettate in modo che la persona abbia sempre una prospettiva della scena dal proprio punto di vista, con il computer in grado di aggiornarla in tempo reale». In altre parole, la prospettiva dentro “the cave” è sempre quella dell’osservatore. E la persona (la vittima, in questo caso) pur entrando in uno spazio fisico preciso - la stanza con le pareti/schermo - «vede solo ciò che viene generato dal computer». Con softwaresviluppati a Pisa.
IL ROBOT INDOSSABILE
Per vivere l’esperienza di vittima - perfarla sperimentare al carnefice sulla propria pelle - è necessario un ulteriore passo: trasmettere al violento le sensazioni provate dalle vittime. In realtà i passi necessari sono due: creare un sistema di robot indossabili - gli esoscheletri - e integrare questi esoscheletri con gli ambienti virtuali altamente immersivi. In altre parole, il violento per trasformarsi in vittima deve agire dentro the cave (la caverna) con indosso un esoscheletro (dispositivi che a Pisa vengono realizzati dal 1991, in varie forme e per varie funzioni). Solo grazie a questo robot indossabile si consente alla persona che si muova in un ambiente virtuale non tanto di «assistere - quindi vedere e ascoltare - a una situazione realistica, ma anche di viverla». Quindi di toccare oggetti, di interagire con la situazione.
LA VIOLENZA RIPRODOTTA
Ora abbiamo sia il luogo virtuale, sia il robot indossabile. Manca, però, la parte più complicata. Come si trasmette all’aggressore la sensazione di violenza subita dalla vittima? Come può il violento calarsi nei panni della preda? Il segreto sta nei robot: una volta indossati - sintetizza il professor Bergamasco - i sistemi esoscheletrici possono «anche registrare i movimenti impartiti dall’esterno. Possono registrarli e replicarli nella stessa misura e maniera nella quale la violenza viene agita». Il movimento «viene replicato proprio come viene registrato. Quando si registra un’aggressione fisica, la sensazione è molto più forte rispetto a un movimento ordinario. E la persona che viene dotata dei visori (gli occhiali speciali), indossando anche l’esoscheletro, non solo si vede ma anche si sente nel corpo della vittima». Il robot che indossa, infatti, gli scarica addosso i movimenti della violenza che sono stati registrati.
La visione nei panni della vittima - la prospettiva, il punto di vista - sono garantiti dall’immersione nell’ambiente virtuale generato al computer. Così fra ambiente virtuale (the cave) ed esoscheletro (il robot che riproduce i movimenti della violenza) l’aggressore si trasforma nella vittima (di se stesso).
SIMULARE L’AGGRESSIONE
Resta da risolvere come simulare la violenza, perché l’esperienza sia realistica. E abbia effetto sullo stalker. Ci sono varie possibilità. Si possono registrare incontri di lotta greco-romana, anche abbastanza aggressivi, in ambienti adeguati, ad alta tecnologia dotati di sensori e telecamere che filmino e poi elaborino milioni di immagini/dati. Oppure si può simulare un’aggressione vera e propria fra due persone. È necessario, però, che una persona da registrare indossi un esoscheletro, precisa il professor Bergamasco: «Il robot è dotato di sensori che captano qualunque movimento». In questi casi si possono simulare molti reati: dallo schiaffo, al cazzotto, all’inseguimento, fino al tentato omicidio. Ma per lo stupro non c’è ancora una soluzione.
LO SCOPO DELL’ESPERIMENTO
Lo scopo di un progetto così complesso (e affascinante) è di muovere un passo avanti nel recupero degli uomini maltrattanti. «Con questo progetto - conclude Bergamasco - Il Sant’Anna si propone di realizzare procedure psicologiche riabilitative degli uomini violenti, di chi aggredisce le donne. In questo trattamento si va a cambiare totalmente il punto di vista: il maltrattante vede se stesso mentre agisce violenza sulla donna e vede se stesso nei panni della vittima, sperimentandone sulla propria pelle anche gli effetti. Di fatto, il violento vede se stesso agire da maltrattante su se stesso vittima». E, per la prima volta, non potrà più minimizzare.
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