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Robo-soft, sfide senza frontiere
Esibizioni ai Pancaldi dopo la conferenza internazionale
LIVORNO. Adattabilità, deformabilità, delicatezza nel toccare e capacità di riprendere la forma originaria sono alcuni dei requisiti fondamentali dei soft-robot che si sono confrontati sabato mattina nel salone dei Bagni Pancaldi durante la RoboSoft Competition 2018, organizzata a chiusura della conferenza internazionale che per quattro giorni ha visto la nostra città ospitare scienziati provenienti da tutto il mondo per discutere sullo stato dell’arte della softrobotica.
Stiamo parlando di quel tipo di robot che fanno della “morbidezza” il loro punto di forza nella capacità di adattarsi e plasmarsi in rapporto all’ambiente circostante traendo ispirazione per il loro progetto dal mondo animale (cefalopodi, insetti, rettili, etc.) , ma pure da quello vegetale (si pensi alla crescita ed alla penetrazione delle radici delle piante nel terreno) con ragguardevoli ricadute nel settore biomedico e nel monitoraggio ambientale, sia terrestre che marino, riuscendo a “camminare” sul fondale.
«Vogliamo dimostrare che i soft-robot possono fare qualcosa di diverso – spiega Cecilia Laschi (Istituto Biorobotica Scuola Superiore Sant’Anna) – rispetto ai robot tradizionali. Per esempio uno dei compiti è quello di passare su terreni accidentati oppure attraverso un varco dalle dimensioni inferiori del robot che perciò deve restringersi, magari cambiando forma». In questa seconda edizione della Robosoft Competition (la prima risale al 2016) si confrontavano quindici soft-robot (Rubic, Spyro, Cambridge Hover, Sofia, etc.) realizzati da altrettanti team provenienti da tutto il mondo (dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, dalla Corea del Sud alla Germania) affrontando due diverse sfide, una di mobilità e l’altra di manipolazione impiegando soft-robot governati via cavo, wireless oppure autonomi.
Sono stati perciò allestiti due tracciati da percorrere nel minor tempo possibile: il primo scenario simulava un’area urbana disabitata e divenuta inaccessibile per l’uomo che richiedeva il transito sopra una distesa sabbiosa, salire e scendere alcuni scalini, passare attraverso una stretta apertura dalle dimensioni variabili ed infine muoversi fra elementi instabili che possono essere sfiorati, ma non spostati.
L’altro percorso prevedeva invece la manipolazione di oggetti ipotizzando di trovarsi in uno scenario domestico, industriale oppure in sala operatoria. «In questi anni – continua Cecilia Laschi – dal 2015, quando abbiamo avuto qui il primo congresso, sono stati fatti molti passi avanti. Innanzi tutto è aumentato molto il numero di persone nel mondo che si occupano di soft-robot. I materiali, gli attuatori ed i sensori si sono evoluti rispetto al 2015 quando c’erano i primi tentativi. Alcuni stanno, ad esempio, provando materiali che si riparano da soli oppure biodegradabili. È insomma un connubio fra la robotica e la scienza dei materiali».
Si guarda perciò al futuro ed al sempre più stretto rapporto fra uomo e robotica anche in chiave di concorrenza sul piano occupazionale, un tema sul quale il professor Paolo Dario offre un’immagine positiva. «In Italia sappiamo costruire robot e strumenti per l’automazione – sottolinea – Non siamo competitivi a livello internazionale sul piano dell’informatica, ma lo possiamo essere nel campo della robotica. I robot devono essere concepiti, progettati, costruiti, venduti ed assistiti. E la robotica è un mercato. La robotica può dare posti di lavoro, non toglierli. Non si tratta di essere stoltamente ottimisti, ma di offrire una lettura un po’diversa».
La manifestazione, organizzata dalla Società scientifica internazionale di automazione e robotica, è stata ospitata a Livorno grazie all’Istituto di BioRobotica della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa che nella nostra città ha un polo molto avanzato.
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