Il Tirreno

Livorno

«Andare a lavorare e morire, assurdo»

«Andare a lavorare e morire, assurdo»

Il dramma in porto colpisce il quartiere ancora sofferente «Quelle famiglie nel nostro cuore, sappiamo cosa vuol dire»

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LIVORNO. Scuote la testa Giancarlo. «È stata una tragedia nella tragedia. Uno lavora, si alza la mattina per andare a lavorare, e trova la morte. È inammissibile. Non c’è da aggiungere altro». Giancarlo Giuntoli è tra i tanti che ieri mattina hanno partecipato alla tappa del Caffè Tirreno organizzata in Collinaia. Una tappa per tornare a parlare dei problemi e dei punti di forza del quartiere, a un anno di distanza dall’ultimo viaggio del Caffè al circolo Arci di via Grotta delle Fate.

Ma anche una giornata particolare. Dove il ricordo dei giorni dell’alluvione, che qui ha colpito duro strappando via improvvisamente quattro vite alle loro case, si è incrociato con la tragedia che ha investito le famiglie dei due operai morti mercoledì in porto.

Altri due addii assurdi. Due addii che la città fa fatica ad accettare.

Al tavolo del circolo di Collinaia arrivano anche alcuni residenti della Scopaia, che da qui dista solo pochi metri. Proprio alla Scopaia viveva con la sua famiglia Lorenzo Mazzoni, il venticinquenne tradito dalla cisterna e dal suo lavoro insieme al collega Nunzio Viola (52 anni). Tra questi c’è Giancarlo Penco, 70 anni. Il volto si fa scuro: «Non volevo crederci quando l’ho saputo. Che effetto mi ha fatto? Tremendo». E un lungo silenzio.

«Ho lavorato per 35 anni allo Stanic – racconta l’uomo –, ho cominciato negli anni Settanta come capo turno e sono andato in pensione nel 2005 come responsabile di fabbrica. Lavoravamo con i serbatoi tutti i giorni, so cosa vuol dire».

Tutti qui, all’indomani della tragedia, si guardano bene dall’avanzare ipotesi su come abbia potuto innescarsi quella maledetta scintilla, se una scintilla è stata. Il dolore e la vicinanza alle famiglie sono la premessa comune.

«Quando si va nei serbatoi – ripercorre la sua esperienza Penco – bisogna prima fare l’analisi di “abitabilità” e dentro non si può assolutamente portare niente, se non gli attrezzi da lavoro che devono essere di un certo tipo. Quando lavoravo alla raffineria, la sicurezza era sempre al primo posto, eppure purtroppo in passato ci sono stati problemi anche lì».

Anche lui scuote la testa: «È scappato qualcosa, che tragedia...».

Seduto accanto c’è Yuri Risaliti. Conosceva “il Mazza”, come lo chiama in modo affettuoso. «Frequentava il circolo di via Guadalajara, il centro sociale della Leccia», racconta: «Era un ragazzo speciale, un bravo ragazzo. Lo scorso anno aveva partecipato anche al torneo di calcio in ricordo del “Mecio”. Anche il babbo lavorava lì e quando è andato in pensione ha preso il suo posto. Ha lasciato un vuoto incolmabile in tutti noi. Anch’io andrò alla fiaccolata...». Che ieri sera ha attraversato il cuore della città.

Antonio Landi ascolta. È uno vivace, dal temperamento forte. Ma gli occhi si fanno lucidi: «Era figlio unico? Si? Ho nel cuore la sua famiglia. Davvero, li ho tutti nel cuore. Li capisco. Pochi anni fa ho perso mio figlio in un incidente stradale».

Anna Nosiglia fa una riflessione che mette d’accordo tanti. «Crediamo di essere onnipotenti, con i mezzi tecnologici oggi crediamo un po’ tutti di essere forti e invece basta un attimo. Noi siamo cresciuti con quelle cisterne sulla strada per Tirrenia e quasi non ci rendiamo conto di quanto siano pericolose: l’effetto domino poteva polverizzare la città». «Se quelle cisterne saltano tutte...», dice anche Franco Mainardi. Franco Chesi, del comitato degli abitanti di Collinaia ha saputo della tragedia mentre era al circolo: «Ho nel cuore le famiglie».

Juna Goti

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