Fatturato record per le birre toscane
I birrifici artigianali sono un centinaio, 20 producono la materia prima Assobirra: «L’export cresce, l’import cala: noi scegliamo le nostre»
Crescono i consumi di birra nel nostro Paese. Ma soprattutto cresce l’export, segno che il made in Italy sta abbracciando anche un prodotto non propriamente di tradizione. E hai voglia a ricordare che romani ed etruschi già la bevevano, perché in mezzo poi ci sono stati i secoli bui del Medioevo, fatto sta che nel bicchiere degli italiani ci è finito Bacco. Ma da una decina di stagioni la bevanda a base di malto d’orzo e luppolo sta vivendo un nuovo Rinascimento. Rispetto al 2016 i consumi sono incrementati di circa l’8% pari a 1,5 miliardi di euro in più, trascinando i quantitativi pro capite a un soffio oltre i 31 litri (annui). Certo, poca cosa davanti ai cittadini della Repubblica Ceca (143 litri) là dove è nata la prima pils, tedeschi e austriaci (106), polacchi (98) che ci osservano fanalino di coda della graduatoria europea (dove mediamente di litri ne buttano giù 70). Sta di fatto però che è stata una crescita continua che si concretizza in 18,8 milioni di ettolitri a fronte di una produzione nazionale di 14,5 milioni (+1,6%) come si evince da una nota emanata da Beer Attraction, la più grande fiera del settore che si è recentemente svolta a Rimini. Come sistema Italia poi, l’Istat dice che nel 2016 abbiamo esportato 2 milioni di ettolitri di birra. Verso paesi come Inghilterra, America, Australia. «Segno che siamo capaci – commenta Michele Cason per Assobirra – trainati da caratteristiche sintetizzabili nei concetti di tradizione, territorio, cultura. E a fronte di un export in crescita, diminuiscono le importazioni. Mentre i nostri connazionali bevono con maggiore piacere made in Italy, riconoscendogli qualità e bontà».
E in questo quadro come si posiziona la birra artigianale? Rappresenta appena il 3,5% dei consumi totali, in crescita però dello 0,5% a fronte di 500mila ettolitri prodotti, con previsione di superare il 6% nel 2020. Così dichiara Unionbirrai, l’associazione che riunisce i piccoli birrifici indipendenti, oggi a quota 250, 60 in più rispetto al 2017. E i dati parlano chiaro: i microbirrifici (quelli cioè che per la legge italiana non producono oltre i 200mila ettolitri l’anno, che non pastorizzano e non filtrano, restituendo al consumatore una bevanda “viva”) negli ultimi dieci anni sono passati da 113 a un migliaio, il 60% dei quali realizza un fatturato annuo tra i 100 e gli 800mila euro. E la Toscana? «A fronte di un migliaio di craft berwery italiane, la nostra regione sta di poco sotto il centinaio. Contro circa una sessantina nel 2015. Di questi una ventina sono agricoli, ossia coltivano direttamente almeno il 51% della materia prima. Ma la tendenza è di diventare autonomi. Dato interessante perché fonte di possibili scenari di sviluppo agricolo». È quanto ci racconta Silvio Menghini, professore presso la facoltà di Agraria a Firenze, nonché coordinatore scientifico del neonato Osservatorio delle birre artigianali (ObiArt) costituito a gennaio presso il Gesaaf (Dipartimento di gestione dei sistemi agrari, alimentari e forestali) di Firenze. «Il successo crescente del comparto artigianale, seppure ancora piccolo rispetto all’industriale che nei consumi fa la parte del leone, si evince anche dalla grande distribuzione. Quattro anni fa sugli scaffali sono comparsi per la prima volta prodotti “crafty” – commenta il prof Menghini – ossia che danno la percezione di essere artigianali ma che tali non sono. Nel 2014 al supermercato trovavamo infatti appena 5 tipologie di crafty mentre oggi sono 26, passando da un fatturato di 329mila euro agli attuali 15milioni. Mentre le vere craft sono cresciute da 10 milioni di euro a 17 milioni e mezzo».
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