Inchiesta rifiuti, lo sfogo di un lavoratore: "Minacciati per colpe non nostre"
Livorno, «Sono un lavoratore della Lonzi metalli e mi trovo a scrivere nella duplice veste di lavoratore e cittadino», inizia così la lettera di Mariano Rocchi, con altri 69 colleghi in difficoltà dopo gli arresti
LIVORNO. «Sono un lavoratore della Lonzi metalli e mi trovo a scrivere nella duplice veste di lavoratore e cittadino, sgomento per quello che sta succedendo riguardo la Lonzi e la Rari...». La lettera porta la firma di Mariano Rocchi. Giovedì 21 dicembre ha deciso di scrivere al Tirreno. Nella duplice veste, come ripete all’inizio del suo intervento, di cittadino e di dipendente di una delle due aziende di rifiuti sequestrate poco più di una settimana fa nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’arresto di sei persone. Secondo gli inquirenti in ballo ci sono circa 200mila tonnellate di rifiuti smaltite abusivamente tra il 2015 e il 2016, e profitti illeciti per 26 milioni di euro.
«Duplice veste – scrive Rocchi nella sua lettera – perché come cittadino sono preoccupato, come chiunque, da quello che sta emergendo dall'inchiesta (che, sia chiaro, spero vada avanti senza sconti per nessuno), e come lavoratore avverto l'ostilità della città per quelle frasi disgustose svelate dalle intercettazioni». Il riferimento appare alle intercettazioni emerse il giorno dell’arresto, quando uno degli indagati, parlando di una discarica vicino a una scuola, dice: «Ci mancavano i bambini che vanno all’ospedale, che muoiano i bambini...»). Frasi che, «in qualsiasi contesto fossero state pronunciate, ritengo siano da condannare e dalle quali mi dissocio». E «anche se parlo a titolo personale penso di rappresentare il sentimento di tutti i lavoratori».
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Il lavoratore parla a questo punto della «scarsa attenzione delle istituzioni, sindaco in primis, il quale solo marginalmente ha citato il problema occupazionale, come se settanta famiglie più l'indotto non fossero un grosso problema». «Faccio presente – scrive – che alcuni di noi sono stati oggetto di minacce e vere e proprie aggressioni fisiche già denunciate alle autorità competenti. I più fortunati sono stati apostrofati in malo modo e considerati complici e collusi col malaffare, come se il semplice fatto di lavorare per queste aziende ci portasse a conoscenza di pratiche non consentite poi emerse dall'inchiesta durata per ben due anni per la sua evidente complessità».
«Tenuto conto poi che sia la Lonzi che la Rari erano oggetto di frequenti e assidui controlli degli organi competenti – va avanti – unito al fatto che nessuno di noi per quanto mi è dato di sapere dopo tanti anni di lavoro ha mai sofferto di particolari patologie, dovrebbe far capire a chiunque l'estraneità dei lavoratori riguardo le pratiche oggetto dell'inchiesta». «Spiace constatare – conclude – la mancanza di solidarietà e la messa in discussione della dignità personale di lavoratori e cittadini». E «che la perdita del lavoro e del reddito di settanta famiglie sia sottaciuta da chiunque».
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