Il Lupo all’Arena col piede tumefatto
di SANDRO LULLI
Viani voleva sostituirlo, Balleri tornò in campo con una scarpa più grande
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Fine anni 50, derby di fuoco a Pisa. Serie C, girone A. Pioggia, acqua, fango e interventi duri, presagio di quel che sarebbe accaduto. Mischia paurosa, contrasto assassino. Costanzo cade, si rialza, batte il piede, zoppica, sacramenta. Stringe i denti, il fischio dell’intervallo interrompe il suo calvario. Il medico nello spogliatoio consiglia a Balleri di non togliere la scarpetta: «Mi raccomando se la sfili poi è un problema…». Lupo però, incavolato come una belva e gli occhi di tigre come solo lui aveva, slaccia e guarda: il piede tumefatto si gonfia come una melanzana. L’allenatore, Vinicio Viani (era subentrato a Ivo Fiorentini), lo guarda rassegnato: «Che fai? Ti fermi?». Considerate che allora non c’erano sostituzioni. E Costanzo deciso: «No, no, mister, cosa vuole che sia… gioco, gioco». Lupo chiamò un compagno fuori rosa che calzava due numeri più di lui e tornò in campo. Eppoi c’era da difendere il doppio vantaggio realizzato da Mungai con una doppietta (43’ e 44’).
Si giocava la sesta giornata di ritorno, era il 29 marzo 1959. Finì male, perché l’arbitro Liverani di Torino, pressato dai nerazzurri, al 65’ chiamò i capitani e sospese l’incontro per impraticabilità del campo e anche il “martirio” di Balleri fu inutile. L’allenatore del Pisa, Mannocci, esultò in maniera scomposta, l’amaranto Pisetta lo stese con un pugno e scoppiò il finimondo, in campo e sugli spalti. Poi nella ripetizione il derby terminò 1-1.
Questo episodio inedito, emblematico dell’attaccamento alla maglia amaranto di Lupo me lo rivelò Mauro Lessi, che restò impressionato dalla capacità di soffrire di Lupo. E aggiunse: «Davvero, non so come fece...».
Tutto ciò mi vorticava in testa pochi giorni fa, il 2 novembre scorso, sul sagrato della chiesa di San Jacopo, in un pomeriggio umido, grigio e piovigginoso, dove si stavano svolgendo le esequie di Costanzo, che ci ha lasciato a 84 anni, a un tiro di schioppo da questo derby tanto atteso ma che non nasce sotto una bella stella a causa dell’inagibilità parziale dell’impianto pisano.
Insomma il mitico Costanzo ci guardera da lassù sulla sponda degli eroi amaranto con Lessi, Bimbi, Picchi, Giampaglia e tantissimi altri. Lui, Lupo, il bello e talentuoso. Il mediano con fisico e lineamenti da star di Hollywood, sguardo da attore di western alla Clint Eastwood. Che aveva quel piede sinistro col quale metteva la palla dove voleva. Mi racconta Paolo “Pastina” Pini: «Giocavamo insieme nel Montevarchi in C1. Io lo guardavo, Lupo (ndr, allenatore-giocatore) mi faceva segno con la mano e partivo veloce e da quaranta metri mi spioveva la palla sul piede, o sulla testa, e spingerla dentro era facilissimo. Che grande giocatore Balleri!». E conclude: «Eppoi è stato anche un allenatore scaltro, lungimirante, preparato...».
Eh sì, tocco morbido, ma lingua pungente; visione di gioco da Inter planetaria herreriana, ma carattere aspro. Una sorta di personaggio goldoniano: burbero, ma benefico. In apparenza sprezzante e irridente, ma in fondo buono e generoso. E coerente. Infanzia dura, famiglia numerosa, sette fratelli, fascismo, nazismo, bombe, guerra, miseria, fame. Pochi studi.
«Lo sai che - mi confidò Costanzo un giorno - tante volte io e mio fratello quello che aveva lo stesso numero mio ci alternavamo per uscire perché avevamo un paio di scarpe in due? E lo sai cosa feci nel Sessanta quando mi acquistò l’Inter di Angelo Moratti? Prima comprai un armadio grande così che faceva paura, poi acquistai decine e decine di paia di scarpe, tanto che quando le feci vedere ad Armandino (Picchi) esclamò: “Deh, ma voi aprì un negozio!”. “No no, Armando, e mi sono levato la voglia…”».
Due anni nell’Inter a riformare la coppia con Picchi che già aveva fatto parlare di sé nella Spal. E debuttò alla grande, Lupo, il 20 novembre 1960, nel derby vittorioso contro il Milan. Però a Costanzo il modo di fare di Helenio Herrera non piaceva. Per qualche mese resse, anche perché Armandino si raccomandava, lo pregava di stare zitto «dai, ascoltiamolo, tanto poi in campo si fa come ci pare…». Ma un giorno gli partì la vena, dopo tanti “movimiento di qui e movimiento di là” e dalla bocca labronica gli partì un «Ma te ne vai a fa’ in...».
Un’altra volta l’Inter in casa del Toro. Costanzo fa arrivare a Torino il suo amico Ennio Succi (ex calciatore e poi bravo allenatore, presente alle esequie). Ma Herrera lo tiene fuori. Alla fine della partita Succi va incontro a Costanzo: «Deh, Lupo m’hai fatto venire sin qui e non hai giocato...». E Balleri a voce alta, indicando il Mago che stava andando verso il pullman: «Dillo a quel pezzo di m...». Altra domenica. Herrera fa giocare Bicicli al posto di Costanzo che mastica amaro. Partita successiva, Herrera chiama Lupo: «Domenica tocca a lei...». Lui: «No, no, faccia giocare Bicicli...». Addio Inter: cessione al Modena, sempre in A.
Siamo sotto Natale. Di lì a due giorni i “canarini” affronteranno l’Inter campione d’Italia e del Mondo. «Sento suonare alla porta - mi raccontò Costanzo - e mi trovo dinanzi Armando carico di pacchi-regalo. “Bello Lupo! Questi sono per le tue bimbe Nicoletta e Monica…”. Mi commossi, passammo una bella serata. La nostra - concluse Lupo - era proprio una generazione di persone perbene».
Quelli erano anche gli anni delle “gabbionate” inventate da Picchi, Balleri, Lessi, Capecchi, Eolo Falorni. E ai Bagni Fiume arrivavano autentici miti come Suarez, Facchetti, Burgnich, Guarneri, Corso. Calcio-spettacolo, cacciucco e tuffi in mare. Anni fantastici, irripetibili. E Balleri, seppur per un paio di stagioni, contribuì a costruire l’Inter dei miracoli.
Ma io quando perso a Costanzo - poi diventato allenatore amaranto -, come in un incubo, lo vedo seduto su una sedia, da solo, in una palestra vuota e mezzo buia dello stadio San Paolo, serie C1, ultima di campionato, torneo 1981-82. Avevamo appena perso 1-0 con il Campania che a 11 minuti dalla fine segnò con un certo Arena. Dalle radio arrivano voci discordanti: “Forse siamo salvi lo stesso, si diceva”; poi un attimo dopo: “No, è finita, siamo retrocessi…”. Con questo balletto si andò avanti un bel po’, sinché la doccia fredda: C2 per differenza reti nella classifica avulsa. Livorno e Reggina, raggiunsero Paganese e Nocerina, si salvarono con 30 punti (come noi) Ternana e Siena (battuta recentemente a domicilio).
Costanzo non riusciva a parlare e con le dita si premeva sul collo perché quand’era in panchina un bastardo che gli era piombato alle spalle gli aveva spento una sigaretta sulla pelle, sopra il colletto della camicia, dandosi alla fuga. «Non meritavamo la sconfitta...», ripeteva, come un mantra con gli occhi assenti. Lupo era distrutto, amareggiato. Io misi il primo foglio nella macchina da scrivere con gli occhi pieni di lacrime e non so come feci ad arrivare in fondo all’articolo. Poi al pullman gli ultrà del Campania ci fecero anche un agguato con alcuni colli di bottiglia, nacque un parapiglia anche sul pullman, Patrizio Castelli fu tra i più coraggiosi per respingere l’attacco delinquenziale e immotivato.
Un Costanzo pungente e polemico? Quella stagione lì. Partitella di allenamento, rimpallo tra giocatori e Celadon, un terzino, colpito al viso si accascia e inizia a toccarsi. Lupo esplode: «E rialzati, tanto più brutto di così non diventi...». Sempre quell’anno: gruppetto di tifosi e giornalisti alla rete dello stadio. Qualcuno rumoreggiava perché arrivavano troppi pareggi. A un certo punto Lupo si volta e sbotta: «Ma cosa guardate a fare, tanto di calcio non capite niente!».
Leone Lonzi, storico dirigente del Picchi, amico di Costanzo sin dall’infanzia, tiene a freno la commozione: «Una persona buona come lui devo ancora conoscerla. Soffrì tanta fame da ragazzo, poi col calcio rialzò la testa e non lo chiamavamo mica “Lupo” per niente: gli era rimasta una fame atavica. A tavola mangiava per due. Al ristorante da “Rosina” dava spettacolo... Sai - fa Lonzi - andò a chiedere la mano della moglie Fiorella, proprio lì, sul molo di San Jacopo. Il suocero stava per tirare su un totano e Lupo gli disse: “Vorrei sposare sua figlia…”». L’uomo ebbe uno sussulto e il totano si liberò. Un grido: «Mancavi te a rompere i c…. in questo momento…». Ma poi il matrimonio si fece. Lonzi: «Lupo e Fiorella, una coppia fantastica…».
Dopo la morte della figlia Monica per aneurisma nel 1998, Costanzo Balleri era cambiato, il dolore lo aveva fatto chiudere in se stesso. Un giorno la moglie Fiorella lo trovò in auto, privo di conoscenza: ictus. Volata in ospedale. Vita salva. Ma Lupo non s’era più ripreso completamente. Qualche partita a carte al circolino di San Jacopo e quando vedeva qualche amico un po’ sorrideva un po’ si commuoveva. Ma non parlava. Ora per lui parla la sua carriera, di calciatore (197 presenze in amaranto) e di allenatore. Parla il ricordo bello che ci ha lasciato di uomo corretto ma di personalità, con la lingua pungente e un animo di zucchero. Un livornese vero.
Si giocava la sesta giornata di ritorno, era il 29 marzo 1959. Finì male, perché l’arbitro Liverani di Torino, pressato dai nerazzurri, al 65’ chiamò i capitani e sospese l’incontro per impraticabilità del campo e anche il “martirio” di Balleri fu inutile. L’allenatore del Pisa, Mannocci, esultò in maniera scomposta, l’amaranto Pisetta lo stese con un pugno e scoppiò il finimondo, in campo e sugli spalti. Poi nella ripetizione il derby terminò 1-1.
Questo episodio inedito, emblematico dell’attaccamento alla maglia amaranto di Lupo me lo rivelò Mauro Lessi, che restò impressionato dalla capacità di soffrire di Lupo. E aggiunse: «Davvero, non so come fece...».
Tutto ciò mi vorticava in testa pochi giorni fa, il 2 novembre scorso, sul sagrato della chiesa di San Jacopo, in un pomeriggio umido, grigio e piovigginoso, dove si stavano svolgendo le esequie di Costanzo, che ci ha lasciato a 84 anni, a un tiro di schioppo da questo derby tanto atteso ma che non nasce sotto una bella stella a causa dell’inagibilità parziale dell’impianto pisano.
Insomma il mitico Costanzo ci guardera da lassù sulla sponda degli eroi amaranto con Lessi, Bimbi, Picchi, Giampaglia e tantissimi altri. Lui, Lupo, il bello e talentuoso. Il mediano con fisico e lineamenti da star di Hollywood, sguardo da attore di western alla Clint Eastwood. Che aveva quel piede sinistro col quale metteva la palla dove voleva. Mi racconta Paolo “Pastina” Pini: «Giocavamo insieme nel Montevarchi in C1. Io lo guardavo, Lupo (ndr, allenatore-giocatore) mi faceva segno con la mano e partivo veloce e da quaranta metri mi spioveva la palla sul piede, o sulla testa, e spingerla dentro era facilissimo. Che grande giocatore Balleri!». E conclude: «Eppoi è stato anche un allenatore scaltro, lungimirante, preparato...».
Eh sì, tocco morbido, ma lingua pungente; visione di gioco da Inter planetaria herreriana, ma carattere aspro. Una sorta di personaggio goldoniano: burbero, ma benefico. In apparenza sprezzante e irridente, ma in fondo buono e generoso. E coerente. Infanzia dura, famiglia numerosa, sette fratelli, fascismo, nazismo, bombe, guerra, miseria, fame. Pochi studi.
«Lo sai che - mi confidò Costanzo un giorno - tante volte io e mio fratello quello che aveva lo stesso numero mio ci alternavamo per uscire perché avevamo un paio di scarpe in due? E lo sai cosa feci nel Sessanta quando mi acquistò l’Inter di Angelo Moratti? Prima comprai un armadio grande così che faceva paura, poi acquistai decine e decine di paia di scarpe, tanto che quando le feci vedere ad Armandino (Picchi) esclamò: “Deh, ma voi aprì un negozio!”. “No no, Armando, e mi sono levato la voglia…”».
Due anni nell’Inter a riformare la coppia con Picchi che già aveva fatto parlare di sé nella Spal. E debuttò alla grande, Lupo, il 20 novembre 1960, nel derby vittorioso contro il Milan. Però a Costanzo il modo di fare di Helenio Herrera non piaceva. Per qualche mese resse, anche perché Armandino si raccomandava, lo pregava di stare zitto «dai, ascoltiamolo, tanto poi in campo si fa come ci pare…». Ma un giorno gli partì la vena, dopo tanti “movimiento di qui e movimiento di là” e dalla bocca labronica gli partì un «Ma te ne vai a fa’ in...».
Un’altra volta l’Inter in casa del Toro. Costanzo fa arrivare a Torino il suo amico Ennio Succi (ex calciatore e poi bravo allenatore, presente alle esequie). Ma Herrera lo tiene fuori. Alla fine della partita Succi va incontro a Costanzo: «Deh, Lupo m’hai fatto venire sin qui e non hai giocato...». E Balleri a voce alta, indicando il Mago che stava andando verso il pullman: «Dillo a quel pezzo di m...». Altra domenica. Herrera fa giocare Bicicli al posto di Costanzo che mastica amaro. Partita successiva, Herrera chiama Lupo: «Domenica tocca a lei...». Lui: «No, no, faccia giocare Bicicli...». Addio Inter: cessione al Modena, sempre in A.
Siamo sotto Natale. Di lì a due giorni i “canarini” affronteranno l’Inter campione d’Italia e del Mondo. «Sento suonare alla porta - mi raccontò Costanzo - e mi trovo dinanzi Armando carico di pacchi-regalo. “Bello Lupo! Questi sono per le tue bimbe Nicoletta e Monica…”. Mi commossi, passammo una bella serata. La nostra - concluse Lupo - era proprio una generazione di persone perbene».
Quelli erano anche gli anni delle “gabbionate” inventate da Picchi, Balleri, Lessi, Capecchi, Eolo Falorni. E ai Bagni Fiume arrivavano autentici miti come Suarez, Facchetti, Burgnich, Guarneri, Corso. Calcio-spettacolo, cacciucco e tuffi in mare. Anni fantastici, irripetibili. E Balleri, seppur per un paio di stagioni, contribuì a costruire l’Inter dei miracoli.
Ma io quando perso a Costanzo - poi diventato allenatore amaranto -, come in un incubo, lo vedo seduto su una sedia, da solo, in una palestra vuota e mezzo buia dello stadio San Paolo, serie C1, ultima di campionato, torneo 1981-82. Avevamo appena perso 1-0 con il Campania che a 11 minuti dalla fine segnò con un certo Arena. Dalle radio arrivano voci discordanti: “Forse siamo salvi lo stesso, si diceva”; poi un attimo dopo: “No, è finita, siamo retrocessi…”. Con questo balletto si andò avanti un bel po’, sinché la doccia fredda: C2 per differenza reti nella classifica avulsa. Livorno e Reggina, raggiunsero Paganese e Nocerina, si salvarono con 30 punti (come noi) Ternana e Siena (battuta recentemente a domicilio).
Costanzo non riusciva a parlare e con le dita si premeva sul collo perché quand’era in panchina un bastardo che gli era piombato alle spalle gli aveva spento una sigaretta sulla pelle, sopra il colletto della camicia, dandosi alla fuga. «Non meritavamo la sconfitta...», ripeteva, come un mantra con gli occhi assenti. Lupo era distrutto, amareggiato. Io misi il primo foglio nella macchina da scrivere con gli occhi pieni di lacrime e non so come feci ad arrivare in fondo all’articolo. Poi al pullman gli ultrà del Campania ci fecero anche un agguato con alcuni colli di bottiglia, nacque un parapiglia anche sul pullman, Patrizio Castelli fu tra i più coraggiosi per respingere l’attacco delinquenziale e immotivato.
Un Costanzo pungente e polemico? Quella stagione lì. Partitella di allenamento, rimpallo tra giocatori e Celadon, un terzino, colpito al viso si accascia e inizia a toccarsi. Lupo esplode: «E rialzati, tanto più brutto di così non diventi...». Sempre quell’anno: gruppetto di tifosi e giornalisti alla rete dello stadio. Qualcuno rumoreggiava perché arrivavano troppi pareggi. A un certo punto Lupo si volta e sbotta: «Ma cosa guardate a fare, tanto di calcio non capite niente!».
Leone Lonzi, storico dirigente del Picchi, amico di Costanzo sin dall’infanzia, tiene a freno la commozione: «Una persona buona come lui devo ancora conoscerla. Soffrì tanta fame da ragazzo, poi col calcio rialzò la testa e non lo chiamavamo mica “Lupo” per niente: gli era rimasta una fame atavica. A tavola mangiava per due. Al ristorante da “Rosina” dava spettacolo... Sai - fa Lonzi - andò a chiedere la mano della moglie Fiorella, proprio lì, sul molo di San Jacopo. Il suocero stava per tirare su un totano e Lupo gli disse: “Vorrei sposare sua figlia…”». L’uomo ebbe uno sussulto e il totano si liberò. Un grido: «Mancavi te a rompere i c…. in questo momento…». Ma poi il matrimonio si fece. Lonzi: «Lupo e Fiorella, una coppia fantastica…».
Dopo la morte della figlia Monica per aneurisma nel 1998, Costanzo Balleri era cambiato, il dolore lo aveva fatto chiudere in se stesso. Un giorno la moglie Fiorella lo trovò in auto, privo di conoscenza: ictus. Volata in ospedale. Vita salva. Ma Lupo non s’era più ripreso completamente. Qualche partita a carte al circolino di San Jacopo e quando vedeva qualche amico un po’ sorrideva un po’ si commuoveva. Ma non parlava. Ora per lui parla la sua carriera, di calciatore (197 presenze in amaranto) e di allenatore. Parla il ricordo bello che ci ha lasciato di uomo corretto ma di personalità, con la lingua pungente e un animo di zucchero. Un livornese vero.
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