«So che rischio, ma altrimenti non vendo»
LIVORNO. «Se non ordino i nostri articoli di abbigliamento sugli stendini non vendo: non li posso accatastare in una manciata di metri», da tre anni vende vestiti nuovi e usati in piazza Garibaldi...
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LIVORNO. «Se non ordino i nostri articoli di abbigliamento sugli stendini non vendo: non li posso accatastare in una manciata di metri», da tre anni vende vestiti nuovi e usati in piazza Garibaldi Valter Carlesi. Lui è in pensione e aiuta la moglie, Olena Panasyuk che è la titolare della baracchina numero 10. «So di rischiare la multa per occupazione abusiva di suolo pubblico esponendo all’esterno, ma se non facciamo così è impossibile lavorare», spiega.
Vedendo la mole di abbigliamento venduto, esposto con ordine sugli stendini, è difficile immaginare di concentrarlo tutto all’interno della piccola baracchina e mantenere lo stesso decoro nella vendita.
«Non verrebbe più nessuno se tutto questo fosse accatastato all’intero: non è questione di organizzare la vendita in modo diverso, è proprio impossibile. Lo spazio è troppo esiguo». Carlesi ribadisce che sono disposti a pagarlo il suolo pubblico. «Ci dicono che per legge non si possono adeguare le vecchie concessioni alle nuove, abbiamo capito che l’amministrazione non troverà una soluzione ai nostri problemi». Carlesi è nella stessa situazione del vicino Richard Minaya, titolare della baracchina di frutta, verdura e alimentari (si tratta di una delle vecchie concessioni). «Anche io mi trovo costretto dagli spazi a mettere fuori espositori e cassette della frutta perché all’interno è impossibile: ogni giorno sono a rischio multa ma che devo fare? L’alternativa è chiudere».
Carlesi, come altri colleghi, sottolinea che se le cose non cambiano, una possibile alternativa ci sarebbe. «Se il Comune vuole completare in questa piazza il progetto street food e le nostre attività non vanno più bene, che ci sposti da un’altra parte, in modo tale che possiamo lavorare in modo dignitoso».
E chiude: «Bisogna pensare che dietro ogni struttura ci sono famiglie che vivono di questo e che hanno il diritto di lavorare dignitosamente e di essere messe in condizione di farlo, senza ingiustizie». (f.s.)
Vedendo la mole di abbigliamento venduto, esposto con ordine sugli stendini, è difficile immaginare di concentrarlo tutto all’interno della piccola baracchina e mantenere lo stesso decoro nella vendita.
«Non verrebbe più nessuno se tutto questo fosse accatastato all’intero: non è questione di organizzare la vendita in modo diverso, è proprio impossibile. Lo spazio è troppo esiguo». Carlesi ribadisce che sono disposti a pagarlo il suolo pubblico. «Ci dicono che per legge non si possono adeguare le vecchie concessioni alle nuove, abbiamo capito che l’amministrazione non troverà una soluzione ai nostri problemi». Carlesi è nella stessa situazione del vicino Richard Minaya, titolare della baracchina di frutta, verdura e alimentari (si tratta di una delle vecchie concessioni). «Anche io mi trovo costretto dagli spazi a mettere fuori espositori e cassette della frutta perché all’interno è impossibile: ogni giorno sono a rischio multa ma che devo fare? L’alternativa è chiudere».
Carlesi, come altri colleghi, sottolinea che se le cose non cambiano, una possibile alternativa ci sarebbe. «Se il Comune vuole completare in questa piazza il progetto street food e le nostre attività non vanno più bene, che ci sposti da un’altra parte, in modo tale che possiamo lavorare in modo dignitoso».
E chiude: «Bisogna pensare che dietro ogni struttura ci sono famiglie che vivono di questo e che hanno il diritto di lavorare dignitosamente e di essere messe in condizione di farlo, senza ingiustizie». (f.s.)
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