Il Tirreno

Livorno

Al cimitero della Misericordia tombe ancora inaccessibili

di Francesca Suggi
Al cimitero della Misericordia tombe ancora inaccessibili

Livorno, tra crolli e problemi strutturali anche una cappella trasformata in magazzino.  Il commissario Mannino: "Siamo riusciti a togliere la melma dell’alluvione" 

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LIVORNO. Sono sempre centinaia le sepolture inaccessibili. Che anche quest’anno, per la ricorrenza dei defunti del 2 novembre, non potranno ricevere un fiore dai propri cari. Passa il tempo, ma transenne, fascette, reti e cartelli di “vietato l’accesso per ragioni di sicurezza” sono ancora ovunque al cimitero monumentale dell’ Arciconfraternita della Misericordia, nonostante quotidianamente non manchino familiari che, a loro rischio e pericolo, “vanno oltre”. E andando in giro spuntano cappelle trasformate in magazzino, altre tempestate dal guano di piccione o diventate cumuli di macerie.

PIU’ PULIZIA, MA RESTANO LE TRANSENNE. Non è una bella istantanea quella scattata tra via dell’Ardenza e viale Boccaccio. E non è una questione di manutenzioni ordinarie: è veramente complessa la situazione all’interno dello storico camposanto dove riposano alcuni dei grandi che hanno fatto la storia della città, tra cui il maestro Pietro Mascagni. «Noi facciamo il possibile: ma servirebbe un mezzo miracolo, servono troppi soldi. Io sto chiedendo finanziamenti ovunque», ribadisce il commissario Domenico Mannino. «Siamo riusciti a ripulire da soli il cimitero dalla tanta melma dell’alluvione ma – afferma – le interdizioni restano perché i problemi sono strutturali. Ci sono delle parti che sono crollate e altre che rischiano di venire giù, per questo vietiamo l’accesso». Girando per le tombe la melma è stata tolta e si nota un’attenzione maggiore alla pulizia.

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MA LA GENTE PASSA LO STESSO. Le due parti del cimitero, quella nuova con il quadrato mascagnano e quella monumentale di via dell’Ardenza in teoria sarebbero collegate: in pratica no. Ci sono reti e transenne invalicabili per ragioni di sicurezza. Intorno, per esempio, alla cappella Bastogi non si dovrebbe poter arrivare. Invece non è così: ieri intorno alle 14, tanto per fare un esempio, le reti a delimitare gli spazi pericolosi erano spostate. Aperte. C’era spazio per passare. «Noi ogni mattina ripristiniamo i divieti - conferma Mannino - Purtroppo così la gente non si rende conto che rischia la vita. Dico anche che abbiamo diversi addetti in malattia, quindi al momento c’è un solo custode che non riesce a stare attento a tutto».

QUELLE CAPPELLE DIMENTICATE. Reti e transenne impediscono l’accesso non solo a singole sepolture, ma anche ad alcune cappelle, per esempio quelle di S. Astolfo e S. Federigo. Da qui, andando ancora avanti, verso la parte vecchia spuntano altri esempi di conclamato abbandono e incuria. Tra queste dà nell’occhio la situazione della cappella Banti: dentro ci sono Giuseppe, Enrico, Matilde Memolo in Banti. Sono lapidi ottocentesche che, è il caso di dire, si fanno spazio, a fatica, tra scatoloni, attrezzi, una betoniera per fare il cemento, una carriola e tanti altri attrezzi da lavoro. Tutto è riposto, a mo’ di magazzino, all’interno della cappella di famiglia. Poco prima c’è un altro esempio di situazione fatiscente: è la tomba dedicata a Carolina Grabau, vedova Schvvartze, figlia di Carlo, personaggio di spicco nella Livorno dell’Ottocento, al quale fu dedicato anche l’ex asilo di via Galilei.

La donna (e ad oggi ancora la sua famiglia) era proprietaria di una delle più belle dimore storiche toscane, villa Grabau, a pochi passi da Lucca. Lei oggi riposa circondata da macerie. E vicino al suo sonno eterno ci sono quelli di altri, come Ada Sommati, che è all’interno di una cappella ricoperta dal guano di piccione. «Dobbiamo fare una ricognizione delle cappelle per le quali ci sono ancora eredi: in quella della famiglia Banti sono stati riposti alcuni attrezzi legati alle pulizie dell’alluvione e saranno tolti. A quelle tombe non va più nessuno da anni», chiude Mannino.

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