Rayen “il palestinese” boss dello spaccio tra i giovani livornesi
Livorno, nelle accuse non c’è solo la cessione di cocaina che ha causato la morte del giovane. In quattro mesi di indagini è emersa una rete di clienti insospettabili che si rivolgevano a Ahmed Chouchoui
LIVORNO. Ventiquattro ore prima che il cuore del giovane livornese si fermasse per un mix di cocaina e metadone, la vittima insieme a un amico aveva fatto spese da Rayen “il palestinese”: due dosi di cocaina pagate 40 euro ciascuna in vista di una serata da sballo. È iniziata dalla ricostruzione di quella notte maledetta di inizio anno l’inchiesta della squadra mobile che martedì ha portato all’arresto dello spacciatore, finito nei guai anche per la rissa scoppiata in piazza Cavour all’alba del 12 agosto e filmata da un residente. Ma dagli atti dell’indagine il quadro che emerge è ancora più preoccupante, soprattutto riguardo al consumo di droga in città anche di persone all’apparenza insospettabili.
Ahmed Chouchoui, detto "Rayen", diciotto anni appena, era infatti diventato il boss dello spaccio di cocaina al dettaglio tra i giovani livornesi. Decine gli episodi che in cinque mesi gli investigatori, coordinati dalla pubblico ministero Fiorenza Marrara, hanno documentato attraverso intercettazioni telefoniche e appostamenti. «Leggo il Corano per farmi perdonare per quello che faccio», ha detto agli investigatori che gli chiedevano conto del perché avesse il testo sacro dell’Islam vicino al letto.
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Tra i clienti ce n’erano di talmente fidelizzati che ogni giorno si rivolgevano a lui per comprare droga. Come un certo “Nico”, che durante i mesi di marzo, aprile e maggio ha acquistato cocaina da Rayen in venticinque occasioni. Non il solo. Perché il giro di acquirenti era talmente ampio che negli atti emergono i nomi di una decina di clienti affezionati, per lo più ragazzi e ragazze livornesi, tutti intorno ai venticinque anni: Devid, Tiziano, Tommy, Edoardo, Sara, Simone. E molti altri non identificati. Consumatori nelle condizioni di spendere ad ogni incontro quaranta euro per qualche grammo di cocaina. «Secondo le informazioni che abbiamo raccolto – spiegano gli investigatori – il diciottenne era a Livorno da circa nove mesi. Un tempo relativamente breve per avere quel tipo di rete di clienti che è invece emersa». Com’è possibile? Per chi lavorava? Esiste in città una rete criminale capace di inserire i nuovi arrivati in strada a vendere droga?
È questo l’aspetto sul quale si stanno adesso concentrando gli agenti della mobile. Partendo anche da un altro dato: la prima volta che “Rayen” e altri due indagati sono stati fermati per un controllo – è il 14 aprile scorso –, quando gli agenti hanno chiesto nome e nazionalità, tutti e tre hanno fornito false generalità, in particolare sostenendo di essere palestinesi e non tunisini, come è invece emerso.
«Si tratta di un escamotage – confermano gli inquirenti – per ritardare l’identificazione della persona e sopratutto il suo eventuale rimpatrio nel caso non sia in regola. Con la Tunisia – vanno avanti – c’è un accordo bilaterale che permette pratiche più snelle per rimandare in patria chi commette reati, al contrario lo stesso percorso è molto più complesso con la Palestina». Non a caso, sia Rayen che altri due indagati, nonostante risultino tunisini, negli atti d’inchiesta sono stati registrati come cittadini palestinesi. «Stiamo aspettando un risposta dall’ambasciata tunisina per avere la conferma della loro identità».
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