Il Tirreno

Livorno

LA DEMOCRAZIA COSÌ PERDE SOSTANZA

di ENRICO MANNARI

Il consiglio comunale sulla mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni nei confronti del sindaco Nogarin relativa alla tragica alluvione, ha assunto indubbiamente aspetti “surreali”. Infatti la...

2 MINUTI DI LETTURA





Il consiglio comunale sulla mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni nei confronti del sindaco Nogarin relativa alla tragica alluvione, ha assunto indubbiamente aspetti “surreali”. Infatti la maggioranza M5s si è sottratta alla discussione e ha lasciato vuoti i banchi del consiglio, affidandosi a una nota e ai social. La vicenda, al di là del merito, sollecita interrogativi e ulteriori spunti di riflessione. E’ indubbio che così facendo si è messo in discussione uno dei nodi essenziali della democrazia rappresentativa. L’economista e premio Nobel Amartya Sen non si stanca mai di mettere l’accento sull’importanza della discussione per la vita democratica. La democrazia, comunque la si guardi, senza discorso pubblico e partecipato si riduce al rispetto delle forme, ma perde la sostanza. E quindi ecco avanzare quella che uno studioso come Colin Crouch ha chiamato postdemocrazia.

Come non vedere che l’assordante chiacchiericcio sui social rischia di impoverire e polverizzare l’informazione e trasformare quello che dovrebbe essere dibattito pubblico, in spettacolo banalizzato? In un mondo dell’informazione sempre più sconvolto dalle tecnologie digitali, in cui le notizie si rincorrono incessantemente e hanno una vita sempre più breve, i commenti sono sempre più a caldo e privi di approfondimento, chiunque possieda un cellulare dice la sua sui social network su qualsiasi argomento e la politica sembra incapace di affrontare i veri problemi, come si fa ad avere un luogo in cui discutere seriamente dei temi importanti, prendere decisioni in modo ponderato e condiviso, formare un’opinione pubblica?

Insomma siamo “alla fine del dibattito pubblico”, come ha scritto recentemente Mark Thompson ex direttore generale della BBC e attualmente direttore generale del “New York Times”? Il problema è che i social network, per funzionare e non trasformarsi in trappole infernali per la democrazia, avrebbero bisogno di una politica forte, di soggetti strutturati e radicati all’interno della società e, soprattutto, di minori incertezze rispetto a quelle che stiamo vivendo in questa stagione. Come restituire alla lingua della democrazia, e anche a quella della politica, una loro dignità e una prospettiva meno amara?

Bisognerebbe inoltre coltivare anche una sorta di etica del linguaggio che miri a responsabilizzare tutti ma, in particolare, chi ricopre un ruolo pubblico che lo rende, di fatto, una guida e un punto di riferimento per gli altri. Se anche guardiamo alla possibilità di intraprendere percorsi innovativi di “democrazia deliberativa”, e di contribuire a dare rappresentanza a una parte di società che è rimasta orfana, occorre che anche la cultura, gli specialismi contribuiscano a strappare la politica all’autoreferenzialità e alla virtualità mediatica. Magari si potrebbe riprendere, come spunto fecondo, declinandolo in termini innovativi, la suggestione della proposta gramsciana dello “specialista più politico”: il suo invito a ricomporre gli specialismi e il discorso pubblico si sta nuovamente connotando di attualità.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Meteo

Maltempo in Toscana, scatta l’allerta gialla: temporali forti, vento e grandine – Ecco dove

di Redazione web