Il Tirreno

Livorno

Quel dolce obbligo di vedere “live” le leggende viventi

di Francesca Gori
Quel dolce obbligo di vedere “live” le leggende viventi

Una volta nella vita gli Stones vanno “toccati” E dopo il concerto pensi: potrebbe essere l’ultimo 

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«C’era un ragazzo che come me, amava i Beatles e i Rolling Stones»: cantava Gianni Morandi, quando ero piccina, dalle casse dello stereo nella vecchia Alfa di mio padre. «Babbo, ma chi sono i Beatles e i Rolling Stones?», chiedevo. «Tetta, i Beatles sono un gruppo di quando ero giovane: cantano in inglese, non so cosa dicano. I Rolling Stones sono dei capelloni drogati». Fu questa la risposta che mi dette mio padre: capelloni drogati.

Era il 1990: avevo 13 anni e quell’estate questi Rolling Stones avrebbero fatto un concerto a Roma. Impossibile che mi ci portassero: a mia madre chiesi di comprarmi il vinile, l’ultimo che era uscito. Si intitolava “Steel Wheels” e dentro non c’erano le canzoni che passavano alla radio. Non c’era “Ruby Tuesday”, non c’era “It’s only rock and roll (but I like it)”, non c’era “Paint it black” e nemmeno “Lady Jane”. Non c’era “Simpathy for the devil”. Come fare? Con la cassetta infilata nel mangianastri e la stazione radio locale dove passavano le dediche, aspettavo ore e ore con il polpastrello dell’indice appoggiato sul tasto Rec per registrare le canzoni che volevo.

Erano passati anni e i Rolling Stones invecchiavano di pari passo con mio padre e mia madre. Babbo era classe 1943, esattamente come Mick Jagger e Keith Richards. Ma lui aveva lavorato una vita gli stracci, loro invece, a sentirlo parlare, quei cenci se li mettevano addosso per ballare e saltare su un palco che si accendeva di rock ’n’ roll e blues senza soluzione di continuità. Abbiamo dovuto aspettare di crescere, io e le mie amiche, prima di poterci accalcare sotto quel palco, per ascoltare dal vivo quei musicisti che avevano l’età dei nostri genitori ma che rappresentavano, a distanza di più di trent’anni dal loro debutto, ancora quella rottura generazionale e quella ribellione che a vent’anni anche noi sentivamo dentro. Nel 2003 e nel 2006 a San Siro, nel 2007 all’Olimpico di Roma. Tre concerti nel giro di pochi anni, tutti concentrati, tutti qui. E tutti con lo stesso pensiero: «Potrebbe essere l’ultimo, bisogna andare». È sempre stata questa l’idea e la paura di quelli della mia generazione che amano i Rolling Stones. Non è mai successo con nessun altro cantante, con nessun altro gruppo. David Bowie lo vedevi immortale, o forse lo consideravi già morto e proiettato nella realtà come il suo Ziggy Stardust, i Beatles non ci sono mai stati, dei Led Zeppelin restavano solo Jimmy Page e Robert Plant.

I Rolling Stones invece erano e sono interi: la voce di Mick Jagger, le chitarre di Keith Richards e quelle di Ronnie Wood, la batteria di Charlie Watts. I rassicuranti Beatles, non lo sono poi stati così tanto per i loro fans: sono durati troppo poco mentre i Rolling Stones sono stati sempre una garanzia, nonostante gli eccessi, nonostante le droghe, nonostante quella quasi spocchia inglese del rocker brutto e cattivo. Ma vi assicuro che quando Mick Jagger va avanti e indietro sul palco ballando come se uno spirito si fosse impossessato del suo corpo o quando si affaccia sulla platea e fa la linguaccia, simbolo della band, l’effetto non è quello suscitato da un pazzo furioso ma è quello di una carezza.

La musica, il rock, quelle partenze che portano indietro fino agli anni ’50 e che poi sono diventate ruvide, sporche. Potenti, come i testi. Sesso, droga e rock and roll: i Rolling Stones sono questo e sono fedeli a se stessi: il segreto del loro successo, forse, è proprio la coerenza al rock, al suono ruvido, alla voce di Mick che graffia l’anima, ai testi. All’arte anche: basta rigirarsi tra le mani la copertina del vinile di “Sticky fingers” che fu disegnata per la band inglese da Andy Warhol in persona. Erano gli anni del fermento e dell’eccesso quelli della Londra nella quale hanno cominciato a mettere su pentagramma le prime note. Non avevano mezzi, se non i loro strumenti e le loro idee. Bill Wyman non fu scelto solo per il suo talento: negli Stones entrò perché aveva un amplificatore proprio. Ma a lui si devono almeno due cose: l’invenzione del riff di “Jumpin’Jack Flash” e quella del termine “groupie” per indicare lo stuolo di donne fans che seguivano la band e che tiravano i reggiseni sul palco. Lo disse dopo un concerto in Australia nel 1965 e da allora quel termine è finito in mezzo ai racconti di tutti i concerti di tutti gli artisti del mondo. Amati, odiati. Amabili, odiosi. La canzone “Gimme Shelter” è stata scelta come colonna sonora di quattro film di Martin Scorsese.

Dissacranti, anticonformisti, con le forbici lontani dai loro capelli. Siamo nel 1963 quando a Londra, su tutti i quotidiani, i Rolling Stones risposero alle critiche sul loro look comprando una pagina di pubblicità. Era Natale: «Tanti auguri ai parrucchieri che muoiono di fame e alle loro famiglie», fecero scrivere. E ora, con parecchi fili bianchi a muovere quelle chiome, i loro capelli sono sempre quelli che sventolano durante i concerti. «Eravamo giovani, belli e stupidi. Ora siamo solo stupidi», ha detto Mick Jagger. Ma quegli stupidi, il 22 giugno di tre anni fa hanno incendiato Roma e il Circo Massimo peggio di Nerone. Ve li immaginate quattro settantenni su un palco pieno di luci e con le chitarre elettriche e le bacchette della batteria in mano? Ecco, quella notte il concerto finì con i fuochi d’artificio. Ma quelli veri li avevano sparati sul palco, grazie a una scaletta di sedici canzoni, quelle che li raccontano meglio di ogni altra.

E sotto le Mura di Lucca potrebbe capitare di farvi trascinare da quelle stesse emozioni, circondati da un pubblico fatto di settantenni e di quindicenni. Di nonni con i nipoti al seguito, di padri, madri e figli. Un incontro tra generazioni che non si vergognano di alzare le mani al cielo e fare le corna. Gente che torna nel parcheggio, dopo il concerto, sudata e con le orecchie che rimbombano di musica con un solo pensiero: “Potrebbe essere stato l’ultimo”. Poi non resta che fare come me e mettere come suoneria del cellulare “Paint it black”. Sperando di potermi di nuovo connettere a Internet e con l’ansia, che ti mangia dai piedi ai capelli, conquistare gli agognati biglietti. Esattamente come è successo per l’appuntamento che mi attende oggi a Lucca.

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