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Raffineria, mai uno stop così lungo
di Mauro Zucchelli
Lo sversamento e l’odore di gasolio: ecco perché. Ancora 10 giorni per ripartire ma domani riprendono alcuni reparti
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STAGNO. Ci vorranno ancora giorni e giorni prima che torni alla normalità la situazione alla raffineria Eni di Stagno, investita da uno “tsunami” di 200mila metri cubi di acqua e fango all’alba di domenica scorsa: a memoria d’uomo, al di fuori degli stop per le manutenzioni programmate, è la più pesante fermata dell’attività dopo la ricostruzione post-bellica.
Nei primi giorni della settimana dovrebbe essere completato il prosciugamento di quella sorta di “lago” che si è creato all’interno della raffineria: è la mossa fondamentale perché le équipe intervengano per le verifiche e per la riparazione di guasti.
Fonti sindacali riportano che non risulta ancora fissata una data per la piena ripresa dell’attività industriale. Dal quartier generale della Rsu si ribadisce ci vorranno altri 10 giorni sia per lavorare quanto è stato stoccato sia per «le operazioni e i controlli necessari al riavviamento in sicurezza degli impianti».
TUTTO FERMO, ANZI NO
Insomma, del ritorno alla normalità si parlerà verso fine mese. Ma il fermo degli impianti non comporta la paralisi di ogni attività: i dipendenti diretti sono lì a presidiare gli impianti e a cercare di portare via l’acqua dalle numerose aree interne che erano state trasformate in acquitrino, come attestato anche dal video girato dall’elicottero della Guardia Costiera in sorvolo con apparecchiature a infrarossi in tandem con i tecnici di Arpat. Altro che pozzanghere: risulta che in più punti il livello di acqua, fanghiglia e idrocarburi abbia superato il metro di altezza, talvolta quasi sommergendo le auto parcheggiate.
All’interno del perimetro della raffineria si è rovesciata nelle prime ore di domenica scorsa un gigantesco volume d’acqua. Tutto è nato da una accoppiata di fenomeni. Il primo ha a che vedere con la quantità record di pioggia: su Valle Benedetta e su Stagno ben 260 millimetri di pioggia («e 32 in un solo quarto d’ora», aggiunge l’assessore colligiano all’ambiente Riccardo Demi). Il secondo deriva da quel che è accaduto al torrente Ugione: mentre in altre occasioni era uscito dagli argini lato Pian di Rota, stavolta ha rotto gli argini sulla sponda opposta per alcuni metri (in un tratto in cui siamo non lontano da dove incrocia il tracciato autostradale).
Lo stabilimento petrolchimico all’estrema periferia a nord dell’abitato di Livorno bisogna raffigurarselo come uno spazio a tenuta stagna: non esce acqua senza passare dall’impianto di depurazione. Però, forse un po’ paradossalmente, a far emergere i problemi è proprio il fatto che questo sistema “autoisolato” ha avuto un sacco di guai eppure ha retto l’impatto con l’onda di piena. Soprattutto sotto due profili.
Il primo riguarda il depuratore: siccome “ripulisce” l’acqua dagli idrocarburi a una velocità tale da non riuscire a smaltirla in quattro e quattr’otto, è il sistema di “auto-isolamento” della raffineria anti-sversamenti a imporre che l’allagamento non possa essere affrontato limitandosi a buttare fuori l’acqua (in una fogna, in un canale, in un fiume…). L’altro nasce dal mix fra maxi-pozzanghere e “fogne” degli scarti di lavorazione: tutto quest’enorme quantitativo di acqua ha finito per innalzare il livello del sistema di fognature interne e dunque mescolarsi con le canalizzazioni di recupero che servono a evitare che gli scarti si disperdano nell’ambiente.
LE CHIAZZE, LA PUZZA
Ma è così che si sono create vaste chiazze di idrocarburi in sospensione su ampi specchi d’acqua presenti un po’ dappertutto. Da qui probabilmente l’odore di gasolio che a ondate è arrivato ben al di là delle immediate vicinanze degli impianti: basta un’occhiata ai social per scovare una sfilza di segnalazioni non soltanto da Stagno o Villaggio Emilio ma anche da Corea, da viale Carducci come da Salviano, da via Galilei come dalle Sorgenti…
Ma il problema non è solo la puzza. Chiamata in causa dal nostro giornale per la presenza di una striscia nero petrolio in alcuni fossatelli che poi sboccano in porto, l’Eni lunedì sera ha risposto ammettendo «una leggera perdita di acqua mista a idrocarburi pesanti confluita in un fosso limitrofo al perimetro della raffineria, passando attraverso un varco del muro di cinta». Benché la multinazionale del “cane a sei zampe” abbia ribadito che «questa è risultata essere l’unica fuoriuscita da tutto il perimetro», rappresenta la riprova che il sistema raffineria è meno “a tenuta stagna” di quanto previsto in teoria: lo mostrano le immagini (pubblicate nei giorni scorsi dal Tirreno) che attestavano lo sversamento di sostanze oleose in fossi all’esterno della raffineria.
Il Genio Civile – riferisce l’assessore Demi – ha sistemato l’argine dell’Ugione e l’Arpat sta tenendo d’occhio la situazione passo dopo passo. «È stato deciso di installare una centralina mobile in via della Costituzione a Stagno, nei pressi delle scuole Rodari, i cui dati vengono vagliati con attenzione in tandem con la centralina fissa in via La Pira, zona Corea. Finora non è emerso niente di particolare rispetto al periodo ante-alluvione». È quanto ribadiscono anche dal fronte dell’Arpat: «I primi dati fanno emergere che non ci sono variazioni rispetto ai valori misurati antecedentemente all’alluvione che ha interessato la raffineria». Tutto questo però, come emerge nella pagina a fianco, non placa le preoccupazioni degli abitanti: a cominciare, ovviamente, da quelli delle case immediatamente a ridosso della fabbrica.
IL LAGO DELL’ALLUVIONE
Nel frattempo, lo stabilimento prova a rimettersi in piedi: come detto, lo fa portando le acque di questo “lago” creato dall’alluvione dentro i serbatoi per toglierle dai piazzali e stoccarle in attesa che pian piano il depuratore le “lavori” e, trattenendo scorie e idrocarburi, possa gettare nel fosso dell’Acqua Salsa, lungo la superstrada Fi-Pi-Li (e da lì nello Scolmatore), le acque “ripulite”. Lo fa, come viene riferito da parte delle rappresentanze sindacali Cgil Cisl Uil, con 30 canal jet che aspirano gli idrocarburi.
Da domani si rimettono in modo anche altri “ingranaggi” del sistema: ripartono le spedizioni di benzine e gasolio, riparte l’impianto di confezionamento degli oli lubrificanti, ripartono i servizi di aria e vapore (che all’interno di uno stabilimento di questo tipo hanno una rilevanza strategica analoga all’elettricità). Il “cane a sei zampe” si rimette in piedi.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Nei primi giorni della settimana dovrebbe essere completato il prosciugamento di quella sorta di “lago” che si è creato all’interno della raffineria: è la mossa fondamentale perché le équipe intervengano per le verifiche e per la riparazione di guasti.
Fonti sindacali riportano che non risulta ancora fissata una data per la piena ripresa dell’attività industriale. Dal quartier generale della Rsu si ribadisce ci vorranno altri 10 giorni sia per lavorare quanto è stato stoccato sia per «le operazioni e i controlli necessari al riavviamento in sicurezza degli impianti».
TUTTO FERMO, ANZI NO
Insomma, del ritorno alla normalità si parlerà verso fine mese. Ma il fermo degli impianti non comporta la paralisi di ogni attività: i dipendenti diretti sono lì a presidiare gli impianti e a cercare di portare via l’acqua dalle numerose aree interne che erano state trasformate in acquitrino, come attestato anche dal video girato dall’elicottero della Guardia Costiera in sorvolo con apparecchiature a infrarossi in tandem con i tecnici di Arpat. Altro che pozzanghere: risulta che in più punti il livello di acqua, fanghiglia e idrocarburi abbia superato il metro di altezza, talvolta quasi sommergendo le auto parcheggiate.
All’interno del perimetro della raffineria si è rovesciata nelle prime ore di domenica scorsa un gigantesco volume d’acqua. Tutto è nato da una accoppiata di fenomeni. Il primo ha a che vedere con la quantità record di pioggia: su Valle Benedetta e su Stagno ben 260 millimetri di pioggia («e 32 in un solo quarto d’ora», aggiunge l’assessore colligiano all’ambiente Riccardo Demi). Il secondo deriva da quel che è accaduto al torrente Ugione: mentre in altre occasioni era uscito dagli argini lato Pian di Rota, stavolta ha rotto gli argini sulla sponda opposta per alcuni metri (in un tratto in cui siamo non lontano da dove incrocia il tracciato autostradale).
Lo stabilimento petrolchimico all’estrema periferia a nord dell’abitato di Livorno bisogna raffigurarselo come uno spazio a tenuta stagna: non esce acqua senza passare dall’impianto di depurazione. Però, forse un po’ paradossalmente, a far emergere i problemi è proprio il fatto che questo sistema “autoisolato” ha avuto un sacco di guai eppure ha retto l’impatto con l’onda di piena. Soprattutto sotto due profili.
Il primo riguarda il depuratore: siccome “ripulisce” l’acqua dagli idrocarburi a una velocità tale da non riuscire a smaltirla in quattro e quattr’otto, è il sistema di “auto-isolamento” della raffineria anti-sversamenti a imporre che l’allagamento non possa essere affrontato limitandosi a buttare fuori l’acqua (in una fogna, in un canale, in un fiume…). L’altro nasce dal mix fra maxi-pozzanghere e “fogne” degli scarti di lavorazione: tutto quest’enorme quantitativo di acqua ha finito per innalzare il livello del sistema di fognature interne e dunque mescolarsi con le canalizzazioni di recupero che servono a evitare che gli scarti si disperdano nell’ambiente.
LE CHIAZZE, LA PUZZA
Ma è così che si sono create vaste chiazze di idrocarburi in sospensione su ampi specchi d’acqua presenti un po’ dappertutto. Da qui probabilmente l’odore di gasolio che a ondate è arrivato ben al di là delle immediate vicinanze degli impianti: basta un’occhiata ai social per scovare una sfilza di segnalazioni non soltanto da Stagno o Villaggio Emilio ma anche da Corea, da viale Carducci come da Salviano, da via Galilei come dalle Sorgenti…
Ma il problema non è solo la puzza. Chiamata in causa dal nostro giornale per la presenza di una striscia nero petrolio in alcuni fossatelli che poi sboccano in porto, l’Eni lunedì sera ha risposto ammettendo «una leggera perdita di acqua mista a idrocarburi pesanti confluita in un fosso limitrofo al perimetro della raffineria, passando attraverso un varco del muro di cinta». Benché la multinazionale del “cane a sei zampe” abbia ribadito che «questa è risultata essere l’unica fuoriuscita da tutto il perimetro», rappresenta la riprova che il sistema raffineria è meno “a tenuta stagna” di quanto previsto in teoria: lo mostrano le immagini (pubblicate nei giorni scorsi dal Tirreno) che attestavano lo sversamento di sostanze oleose in fossi all’esterno della raffineria.
Il Genio Civile – riferisce l’assessore Demi – ha sistemato l’argine dell’Ugione e l’Arpat sta tenendo d’occhio la situazione passo dopo passo. «È stato deciso di installare una centralina mobile in via della Costituzione a Stagno, nei pressi delle scuole Rodari, i cui dati vengono vagliati con attenzione in tandem con la centralina fissa in via La Pira, zona Corea. Finora non è emerso niente di particolare rispetto al periodo ante-alluvione». È quanto ribadiscono anche dal fronte dell’Arpat: «I primi dati fanno emergere che non ci sono variazioni rispetto ai valori misurati antecedentemente all’alluvione che ha interessato la raffineria». Tutto questo però, come emerge nella pagina a fianco, non placa le preoccupazioni degli abitanti: a cominciare, ovviamente, da quelli delle case immediatamente a ridosso della fabbrica.
IL LAGO DELL’ALLUVIONE
Nel frattempo, lo stabilimento prova a rimettersi in piedi: come detto, lo fa portando le acque di questo “lago” creato dall’alluvione dentro i serbatoi per toglierle dai piazzali e stoccarle in attesa che pian piano il depuratore le “lavori” e, trattenendo scorie e idrocarburi, possa gettare nel fosso dell’Acqua Salsa, lungo la superstrada Fi-Pi-Li (e da lì nello Scolmatore), le acque “ripulite”. Lo fa, come viene riferito da parte delle rappresentanze sindacali Cgil Cisl Uil, con 30 canal jet che aspirano gli idrocarburi.
Da domani si rimettono in modo anche altri “ingranaggi” del sistema: ripartono le spedizioni di benzine e gasolio, riparte l’impianto di confezionamento degli oli lubrificanti, ripartono i servizi di aria e vapore (che all’interno di uno stabilimento di questo tipo hanno una rilevanza strategica analoga all’elettricità). Il “cane a sei zampe” si rimette in piedi.
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