Vent’anni di inchieste in prima linea
di Mauro Zucchelli
Moby Prince, Porto 2000, Elbopoli, il rogo dei bimbi rom, i morti sul lavoro: così ha lasciato un segno
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LIVORNO. Diciannove anni e quattro mesi nella trincea della giustizia a Livorno: a rappresentare l’accusa per cercare di stanare guai e magagne. Ma non è stata soltanto per la durata di questa lunghissima stagione da pm che Antonio Giaconi ha lasciato nei nostri territori una impronta così forte: è stato per il coraggio e la determinazione con cui ha affrontato il bisogno dei cittadini di vedersi rendere giustizia di fronte a torti e soprusi.
Era arrivato nella primavera ’91, appena prima che nel nostro Paese si inaugurasse una stagione in cui la magistratura sembrava onnipotente. Giaconi non aveva cercato i riflettori a suon di colpi di teatro ma si era buttato a scandagliare le pieghe di quel che non andava qui fra noi.
Negli ultimi mesi della sua permanenza a Livorno si è occupato dell’inchiesta sulle spese pazze alla Porto di Livorno 2000 che ha messo a rumore la nomenklatura portuale. All’opposto, Giaconi era appena arrivato nel suo ufficio labronico quando Livorno ha conosciuto l’apocalisse del Moby Prince con 140 morti: all’inizio non sarà lui ad occuparsene come pm ma questo impegno gli toccherà anni più tardi in quella che è stata conosciuta come l’inchiesta bis sul mistero del traghetto Livorno-Olbia finito contro la petroliera Agip Abruzzo. L’ha fatto da procuratore della Repubblica reggente, responsabilità che ha avuto per 15 mesi a partire dall’aprile 2006.
E’ stata quella una delle tre inchieste che hanno segnato la sua vita di uomo e di magistrato, dirà al cronista del Tirreno poco prima di lasciare la sua stanza alla Procura livornese nel 2010 per andare a lavorare a Pisa. Le altre due? Il rogo in cui a Pian di Rota morirono quattro bimbi rom e l’indagine su Elbopoli che arrivò a toccare non solo l’allora ministro Altero Matteoli ma anche settori della giustizia livornese così come anni prima era finito nei guai il capo della Procura per una vicenda di aste truccate.
Ma della sua attività ventennale si ricordano anche decisioni difficili come lo stop all’agibilità di un blocco di case popolari a Shangai perché ritenute a rischio di crollo: sarà la molla che finalmente farà partire, dopo anni di discussioni, il piano di recupero che ha cambiato l’identikit di Shangai, non senza polemiche. E, se guardiamo fuori dal recinto dei confini del capoluogo, ecco la fase che portò Giaconi a puntare lo sguardo sui rischi causati a Piombino da un certo modo di intendere la fabbrica e il rapporto con il territorio: è stato lui ad alzare il velo sula cokeria, l’impianto che inquinava la città; è stato lui a occuparsi di una serie di tragedie sul lavoro in porto a Livorno e negli stabilimenti piombinesi. A cominciare dalla morte di Ruggero Toffolutti, straziato da un macchinario.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Era arrivato nella primavera ’91, appena prima che nel nostro Paese si inaugurasse una stagione in cui la magistratura sembrava onnipotente. Giaconi non aveva cercato i riflettori a suon di colpi di teatro ma si era buttato a scandagliare le pieghe di quel che non andava qui fra noi.
Negli ultimi mesi della sua permanenza a Livorno si è occupato dell’inchiesta sulle spese pazze alla Porto di Livorno 2000 che ha messo a rumore la nomenklatura portuale. All’opposto, Giaconi era appena arrivato nel suo ufficio labronico quando Livorno ha conosciuto l’apocalisse del Moby Prince con 140 morti: all’inizio non sarà lui ad occuparsene come pm ma questo impegno gli toccherà anni più tardi in quella che è stata conosciuta come l’inchiesta bis sul mistero del traghetto Livorno-Olbia finito contro la petroliera Agip Abruzzo. L’ha fatto da procuratore della Repubblica reggente, responsabilità che ha avuto per 15 mesi a partire dall’aprile 2006.
E’ stata quella una delle tre inchieste che hanno segnato la sua vita di uomo e di magistrato, dirà al cronista del Tirreno poco prima di lasciare la sua stanza alla Procura livornese nel 2010 per andare a lavorare a Pisa. Le altre due? Il rogo in cui a Pian di Rota morirono quattro bimbi rom e l’indagine su Elbopoli che arrivò a toccare non solo l’allora ministro Altero Matteoli ma anche settori della giustizia livornese così come anni prima era finito nei guai il capo della Procura per una vicenda di aste truccate.
Ma della sua attività ventennale si ricordano anche decisioni difficili come lo stop all’agibilità di un blocco di case popolari a Shangai perché ritenute a rischio di crollo: sarà la molla che finalmente farà partire, dopo anni di discussioni, il piano di recupero che ha cambiato l’identikit di Shangai, non senza polemiche. E, se guardiamo fuori dal recinto dei confini del capoluogo, ecco la fase che portò Giaconi a puntare lo sguardo sui rischi causati a Piombino da un certo modo di intendere la fabbrica e il rapporto con il territorio: è stato lui ad alzare il velo sula cokeria, l’impianto che inquinava la città; è stato lui a occuparsi di una serie di tragedie sul lavoro in porto a Livorno e negli stabilimenti piombinesi. A cominciare dalla morte di Ruggero Toffolutti, straziato da un macchinario.
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