Il Tirreno

Livorno

E ora cresce la paura di perdere quel tetto

E ora cresce la paura di perdere quel tetto

Il racconto degli occupanti intervenuti con gli estintori  Ci vivono più di 200 persone. «Non metteteci per strada»

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LIVORNO. Sono passate da poco le sette. Un’inquilina del terzo piano esce di casa, vede il fumo. Di istinto lancia l’allarme via chat. La chat interna, quella che hanno tutti, o quasi, gli abitanti del grande condominio autogestito della Cigna. Passano pochi secondi, parte la chiamata ai vigili del fuoco. Un gruppo di occupanti sale le scale con gli estintori, le famiglie scendono nel cortile. C’è paura. «Per forza, chi non si spaventa con un incendio», ripete Gianfranco Barba, che vive al terzo piano della torre (il sesto della struttura) con i tre figli di 7, 14 e 21 anni.

Ieri mattina è stato tra i primi a dare l’allarme dentro al gigante di cemento che guarda dall’alto l’ingresso della città. «Un’inquilina del terzo piano – racconta – è uscita per andare al lavoro e ha dato l’allarme nella chat. Mi sono affacciato, ho visto il fumo, ho chiamato subito i vigili del fuoco. Abbiamo fatto uscire tutti. Siamo saliti con altri ragazzi, in parte abbiamo spento noi le fiamme con gli estintori».

Momenti drammatici quando ha preso corpo il timore che Marcella potesse trovarsi ancora nelle due stanze diventate una casa di fortuna: «Non riuscivamo a vederla, provavamo a telefonare ma la linea era sempre occupata, forse perché in tanti stavano cercando di chiamarla». Neanche il cane si faceva sentire, aveva perso i sensi.

Per anni il grattacielo della Cigna, stretto tra la rotatoria della Variante e le Terme del Corallo, è rimasto deserto. Un immenso blocco di case, uffici e corridoi vuoti. Poi, un anno e mezzo fa, nel febbraio del 2016, è stato occupato da un gruppo di famiglie rimaste senza un tetto. All’inizio erano una ventina: mese dopo mese, sfratto dopo sfratto, sono diventate 56. Così oggi nel complesso che una volta ospitava l’Agenzia delle Entrate vivono abusivamente 200 persone. «Duecentouno – chiosa Gianfranco – perché pochi giorni fa è nato un bimbo...». I minori sono decine. Un fiume di persone: italiani e stranieri, bambini e nonni. Come Mara, che a novant’anni suonati si è ritrovata a occupare con la famiglia. Hanno tirato su pareti di cartongesso, bagni, cucine. Chi ha i fornelli elettrici (perché nel grattacielo privato la corrente è rimasta sempre attaccata) chi un fornellino a gas, di fortuna. Sanno di stare occupando abusivamente, fuori dalle regole. Ma ripetono di essere rimasti senza casa, di essere parte di «un’emergenza che nessuno risolve». E a turno, dopo l’incendio, dicono di avere paura che qualcuno ora vada davvero a sgomberare: «Ma dove penserebbero di mettere 200 persone?»

«Noi la paura ce l’abbiamo tutti i giorni, la paura di essere mandati via perché viviamo in un edificio occupato, però lottiamo», dice Barba, che cerca di allontanare i riflettori dall’occupazione: «Un incidente così poteva capitare da qualsiasi parte, anche in una delle palazzine che ci sono qui intorno, e non so se tutti hanno gli estintori come noi». La frase che dice subito dopo è la stessa cui sembrano aggrapparsi in parecchi ora: «Non penso che verranno a sgomberare, chi è che si alza una mattina, prende 200 persone e le butta in mezzo a una strada...?».

Ieri molti occupanti sono corsi in ospedale per stare vicino alla donna ferita insieme ai rappresentanti di Asia Usb. Nel frattempo l’alloggio è stato messo sotto sequestro. E per ragioni di sicurezza (considerando l’acqua usata per spegnere le fiamme e i fili elettrici) è stata interdetta una parte del terzo piano. Per sei persone è iniziata la caccia a una nuova sistemazione. «I poliziotti hanno chiamato in Comune, ma non ci sono posti, forse li sistemeremo qui, al piano terra», hanno ripetuto in mattinata alcuni degli inquilini della torre. Già tutta occupata, fino al sesto piano.

Juna Goti

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