La tragedia dell’Argentario, Loredana diceva: «Non voglio che stia male quanto me»
Una frase agli amici più cari rivela un abisso di dolore: la donna era rimasta sconvolta dal suicidio del padre 31 anni fa
PORTO SANTO STEFANO. Amarlo così tanto da non volerlo lasciare solo per il resto della sua vita. Amarlo di un amore che è esploso alle sette di giovedì mattina con quel colpo di pistola alla nuca. È stata quasi un’esecuzione, per non far passare a Francesco l’inferno che Loredana aveva vissuto per 31 anni, da quando suo padre Romildo si era suicidato impiccandosi in una casa del Campone, nella zona artigianale di Porto Santo Stefano.
Loredana Busonero, comandante della polizia municipale del borgo marinaro qualche volta agli amici più cari quella frase l’ha detta: «Non voglio che Francesco stia male quanto lo sono stata io». Ma sono parole che tutte le mamme pronunciano. Giovedì mattina però, in quella villetta che domina il golfo di Porto Santo Stefano, Loredana ha impugnato la pistola d’ordinanza e ha sparato alla testa di suo figlio. Poi si è appoggiata la canna alla tempia e ha fatto fuoco. E oggi quelle parole assumono un significato diverso, aprono uno squarcio su un abisso di dolore e sofferenza del quale nessuno si era accorto.
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La comandante della polizia municipale di Porto Santo Stefano era una “signornò”: capacissima nella sua professione, innamorata di suo figlio, impegnata nel sociale. Mai una sbavatura, nella sua vita: aveva affrontato con coraggio un tumore al seno e lo aveva sconfitto, così come era uscita per tre volte dal tribunale a testa altra, in occasione di altrettante assoluzioni per le vicende giudiziarie che l’avevano coinvolta. Che cosa sia passato per la sua testa giovedì mattina, può saperlo soltanto lei. Nella villetta sulla strada del Sole i carabinieri non hanno trovato alcuna traccia che potesse spiegare il gesto della cinquantacinquenne.
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«Loredana aveva alcune preoccupazioni - racconta un amico della donna - Piccole cose legate al lavoro e al mutuo che ancora c’era sulla casa. Ma erano tutte sciocchezze, cose che non giustificano in nessun modo quello che è successo».
Una risposta al perché di questa tragedia probabilmente non sarà mai trovato.
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I carabinieri della compagnia di Orbetello insieme ai colleghi del nucleo investigativo del comando provinciale anche ieri mattina sono tornati nella villetta messa sotto sequestro per fare alcuni rilievi fotografici. Nell’appartamento e nell’ufficio della donna nel palazzo comunale non è stato trovato niente. I militari hanno sequestrato anche i computer e i telefoni cellulari di Loredana e di Francesco Visconti che saranno analizzati nei prossimi giorni. Le salme di madre e figlio sono una vicina all’altra, così come sono state trovate nella cameretta del ragazzo che mercoledì avrebbe compiuto 18 anni, al cimitero di Sterpeto. Lunedì saranno trasferite all’ospedale di Grosseto dove mercoledì probabilmente si svolgerà l’autopsia.
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Mercoledì, lo stesso giorno in cui Francesco sarebbe diventato maggiorenne e avrebbe cominciato a conquistare quell’indipendenza che lo avrebbe portato, poi, a diventare adulto. Tutto questo, però, non ci sarà: in quella casa in perfetto ordine, dove non è mai scoppiato un litigio e dove madre e figlio vivevano da sempre dopo la separazione della donna dal marito Marco Visconti (morto due anni fa) il tempo si è fermato giovedì mattina poco prima delle sette quando Loredana ha sparato a suo figlio prima di uccidersi.
I carabinieri hanno ascoltato parenti e amici: la donna non aveva mai dato segni di squilibrio, non c’erano mai stati episodi di violenza. Non aveva problemi economici ma sapeva bene cosa significasse crescere all’ombra di un babbo che si era tolto la vita perché i soldi gli davano preoccupazione. Loredana diceva che Romildo «l’aveva tradita», uccidendosi. Lei invece non ha voluto tradire suo figlio, lasciandolo solo.
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