Il Tirreno

Livorno

Quella freccia per il rifugio della salvezza 

di Roberto Riu
Quella freccia per il rifugio della salvezza 

Restaurata l’indicazione che tra via Ricasoli e via delle Bandiere segnalava la strada da seguire verso il riparo dalle bombe

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LIVORNO. L'urlo lacerante delle sirene d'allarme, la corsa trafelata cercando il rifugio più vicino guardando le frecce indicative dipinte sui muri delle case, il rombo lugubre di decine di grossi aerei in avvicinamento, lo scoppio delle prime bombe, la terra trema mentre si piange, si impreca o si prega accalcati nella penombra. Poi risuonano le sirene del cessato allarme ed infine si può uscire all'aperto dove, in mezzo alla polvere ed alle macerie, si cominciano ad estrarre i morti ed i feriti. La freccia bianca su campo nero dipinta all'angolo fra via Ricasoli e via delle Bandiere, forse l'unica rimasta in tutta Livorno, racchiude quei momenti tragici di oltre settant'anni fa quando in tempo di guerra la nostra città, così come tanti altri centri urbani italiani, fu martellata dalle incursioni aeree alleate. Quella freccia, che rappresenta un importante documento storico, è stata sottoposta ad intervento conservativo per iniziativa dell'associazione culturale “Il Pentagono” con l'autorizzazione dell'Agenzia del Demanio, proprietaria dell'edificio, ed in collaborazione con l'Ufficio Tecnico Armamenti Navali: «Questo progetto – spiega Marcello Paffetti, presidente del sodalizio – è rivolto a tutti i livornesi che abitualmente fanno shopping in via Ricasoli, un invito a fermarsi un attimo e ricordare che in quegli anni, soprattutto nella primavera estate del 1943, i nostri concittadini hanno vissuto dei giorni terribili, delle esperienze agghiaccianti». Nella nostra città i “ricoveri antiaerei casalinghi” (così erano chiamati nel linguaggio burocratico) erano nel totale un centinaio e di capacità variabile: dalle 6 persone, come quello in via Ernesto Rossi, alle 280 in via Nino Bixio. Sotto il Palazzo De Larderel si trovavano, ad esempio, tre rifugi capaci di ospitare rispettivamente 46, 52 e 100 persone, mentre presso gli Scali del Ponte di Marmo potevano stare 140 occupanti. I rifugi erano stati predisposti dall'Unpa (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) sia rinforzando scantinati di edifici, sia realizzando ricoveri in calcestruzzo armato di varie tipologie e dimensioni. Lo stesso ente aveva diramato anche istruzioni per l'uso di maschere antigas, l'oscuramento notturno e l'impiego di carta e nastro adesivo alle finestre per limitare il danno derivante dalle schegge di vetro. Sulla nostra città le prime due incursioni avvennero subito dopo la dichiarazione di guerra del 10 giugno da parte di pochi aerei francesi, ma si trattò di azioni poco più che dimostrative. Seguirono un paio di incursioni di bombardieri inglesi Wellington sull'Anic, ma anche in tali casi senza grossi danni. In pratica, almeno su Livorno, si registrò una parentesi di molti mesi senza alcuna incursione aerea. Già dai primi di gennaio del 1943 negli alti comandi italiani si manifestava però una diffusa preoccupazione per un'imminente massiccia incursione alleata avendo come possibili obiettivi l'Anic, l'area portuale industriale e soprattutto la fabbrica di siluri Motofides. Dal carteggio, in seguito desecretato, scaturisce l'impellente necessità di rafforzare la difesa antiaerea dislocando su Livorno altre batterie di cannoni: nel totale al 1°maggio 1943 per la difesa d'alta quota risultano schierati una batteria da 102/35, 4 da 90/53, 3 da 88/55 (prestate dai Tedeschi) e 7 da 76/40, oltre a diversi pezzi minori. Al contempo fu attivato un radiolocalizzatore “Felino” con un raggio d'azione di circa 150 chilometri equivalenti ad un preavviso di mezz'ora. Ma fu tutto inutile: quando la mattina del 28 maggio 1943 piombarono su Livorno, le due massicce ondate di B-17 Flyng Fortress del 301th BG (Heavy) non trovarono ostacoli provocando 295 morti di cui parecchi nel rifugio sugli Scali D'Azeglio (dinanzi al Palazzo dell'Aquila nera) ed una quarantina, fra suore e bambine, presso l'Istituto delle Figlie della Provvidenza in via Baciocchi, entrambi colpiti da bombe sporadiche. La massima concentrazione di ordigni, così come il 28 giugno '43, si ebbe infatti nella zona portuale-industriale, verso nord, a partire dai cimiteri comunali e da Barriera Garibaldi: così emerge dalle foto aeree scattate il 1°dicembre 1943 da un ricognitore del 682th Photo Reconaissance Squadron della Raf.

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