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Sul web le offese non finiscono mai
Lo psicologo dell’infanzia: «Online tutto è amplificato, ogni like è una coltellata»
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LIVORNO. Colpisce l’autostima e può ingenerare una fobia scolare o un abbassamento del rendimento scolastico. Ogni like a un’offesa su Facebook viene percepito come una pugnalata. Il cyberbullismo può fare danni importanti in un ragazzino. Si comincia con l’essere stanchi, demotivati, con rifiutarsi di andare a scuola. Ed è difficile in un primo momento per i genitori capire il perché. Lo spiega il dottor Nicola Artico, direttore dell’Unità di salute mentale infanzia e adolescenza dell’ospedale di Livorno: «Negli ultimi tempi l’età delle vittime si è abbassata fino a coinvolgere alunni delle elementari con il rischio di portarsi dietro i segni fino alle scuole medie e alle superiori: uno studio americano dice che le conseguenze possono andare avanti per dieci anni».
Quali sono in casi più frequenti che il suo staff si trova ad affrontare?
«Sono tanti gli episodi in cui i bulli pubblicano sui social notizie false discreditanti, messaggi offensivi, pettegolezzi, minacce, anche fisiche, frasi che tendono a prendere in giro il malcapitato di turno. Il punto è che mentre prima la vittima veniva attaccata a scuola, ma poi rincasava e trovava protezione nel contesto familiare, oggi i ragazzini presi di mira sono “bullizzati” 24 ore su 24. L’invettiva non finisce mai, neanche a casa. In più trattandosi di offese virtuali, nel carnefice non scatta l’empatia nel rendersi conto delle sofferenze provocate. Lo stesso bullo, infatti, ha difficoltà nel valutare l’impatto che hanno i suoi insulti».
Come si fa ad individuare il problema?
«Noi siamo la prima/seconda generazione di genitori che affronta il cyberbullismo: alle spalle non abbiamo una grande esperienza. E anche agli adulti più attenti sfuggono certe sfumature. Per intercettare il malessere bisogna avere un gran polso della situazione e notare tutto. Ma se nessuno si rende conto del problema, il bambino peggiora, portandosi dietro un’immagine di sé poco edificante e poco desiderabile. La difficoltà più grande per i genitori è entrare in quel mondo virtuale, che apparentemente ha regole a se stanti, ma che in realtà ha effetti concreti nella vita di tutti i giorni. E se le vessazioni proseguono a lungo, ci possono essere conseguenze anche gravi».
Per esempio?
«Abbiamo affrontato casi di cadute del rendimento scolastico, paura ad andare a scuola, ma anche situazioni come autolesionismo, sindromi depressive e disturbi alimentari».
Come si può combattere?
«Bisogna fare un lavoro psicologico sulla vittima in cui si favorisce una nuova immagine di sé e una risignificazione di quello che è successo, coinvolgendo i familiari. Bisogna narrare i fatti per far comprendere al bambino la dinamica effettiva, ridimensionando il problema. Con internet si amplifica tutto: ogni like e commento al post offensivo fa lievitare la disistima. Nella terapia va analizzata la realtà in maniera oggettiva, ridando alle cose il giusto valore». (l.l.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Quali sono in casi più frequenti che il suo staff si trova ad affrontare?
«Sono tanti gli episodi in cui i bulli pubblicano sui social notizie false discreditanti, messaggi offensivi, pettegolezzi, minacce, anche fisiche, frasi che tendono a prendere in giro il malcapitato di turno. Il punto è che mentre prima la vittima veniva attaccata a scuola, ma poi rincasava e trovava protezione nel contesto familiare, oggi i ragazzini presi di mira sono “bullizzati” 24 ore su 24. L’invettiva non finisce mai, neanche a casa. In più trattandosi di offese virtuali, nel carnefice non scatta l’empatia nel rendersi conto delle sofferenze provocate. Lo stesso bullo, infatti, ha difficoltà nel valutare l’impatto che hanno i suoi insulti».
Come si fa ad individuare il problema?
«Noi siamo la prima/seconda generazione di genitori che affronta il cyberbullismo: alle spalle non abbiamo una grande esperienza. E anche agli adulti più attenti sfuggono certe sfumature. Per intercettare il malessere bisogna avere un gran polso della situazione e notare tutto. Ma se nessuno si rende conto del problema, il bambino peggiora, portandosi dietro un’immagine di sé poco edificante e poco desiderabile. La difficoltà più grande per i genitori è entrare in quel mondo virtuale, che apparentemente ha regole a se stanti, ma che in realtà ha effetti concreti nella vita di tutti i giorni. E se le vessazioni proseguono a lungo, ci possono essere conseguenze anche gravi».
Per esempio?
«Abbiamo affrontato casi di cadute del rendimento scolastico, paura ad andare a scuola, ma anche situazioni come autolesionismo, sindromi depressive e disturbi alimentari».
Come si può combattere?
«Bisogna fare un lavoro psicologico sulla vittima in cui si favorisce una nuova immagine di sé e una risignificazione di quello che è successo, coinvolgendo i familiari. Bisogna narrare i fatti per far comprendere al bambino la dinamica effettiva, ridimensionando il problema. Con internet si amplifica tutto: ogni like e commento al post offensivo fa lievitare la disistima. Nella terapia va analizzata la realtà in maniera oggettiva, ridando alle cose il giusto valore». (l.l.)
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