Fiorenzo Milani vicepresidente dei piloti europei
«Il nostro mestiere è cambiato: navi sempre più enormi da condurre all’interno di porti che sono rimasti gli stessi»
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LIVORNO. Non è un caso se si chiamano “piloti di porto” . Salgono a bordo nell’ultimo tratto di navigazione ma se sono lì a consigliare il comandante della nave non è soltanto per tutelare la sicurezza della vita umana in mare. Devono anche “difendere” il porto dal rischio di incidenti: una banchina danneggiata oppure una collisione o un intoppo che blocchi una nave impedendo l’entrata e l’uscita dal porto. Del resto, un porto – e a maggior ragione un porto delle dimensioni di quello di Livorno – è uno spazio delicato, anzi complicato.
«È per questo motivo che il nostro mestiere non deve sottostare a pressioni commerciali» , dice Fiorenzo Milani, conosciuto da tutti con il nomignolo di “Cino” , una vita nel corpo dei piloti del nostro porto prima di diventare direttore di Fedepiloti, l’organizzazione nazionale di categoria. Ma adesso a Bergen, in quella Norvegia che si vanta di avere «le coste più sicure del mondo e le acque più pure», l’assemblea dei piloti portuali europei l’ha nominato vicepresidente continentale per un quadriennio.
Milani, 57 anni da compiere a agosto, è triestino solo per il certificato anagrafico: figlio di un conandante della Folgore, a Livorno ha fatto le scuole dell’obbligo e poi si è diplomato al Nautico prima di imbarcarsi a bordo della flotta pubblica del Lloyd Triestino con le prime portacontainer italiane sulle rotte all’altro capo del mondo fra Nuova Zelanda e Asia, poi alle dipendenze di Dì’Alesio («a 25 anni il mio primo imbarco al comando») e a 28 il concorso per diventare pilota.
«Ben venga – dice Milani – il fatto che il nostro settore sia stato escluso dal libero accesso al mercato: siamo gli “occhi” dell’autorità marittima a bordo e nella manovra di entrate e uscita dal porto, ne siamo l’organo tecnico per evitare che le ragioni del business portino a economizzare sui rimorchiatori o sull’apparato di sicurezza».
Quello del pilota è un mestiere «cambiato moltissimo negli ultimi anni», afferma il numero due: «Gli scali sono i porti storici: eccezion fatta per Gioia Tauro e Voltri, il resto – avverte – è grossomodo uguale a decenni fa. Ma nel frattempo il gigantismo delle flotte ha ingrandito a dismisura le dimensioni delle navi: quando ho iniziato io un traghetto poteva essere lungo 130 metri, ora è difficile trovare qualcosa sotto i 200 metri e molte navi da crociera superano i 300 metri di lunghezza. Da far girare all’interno di porti che hanno mantenuto lo stesso identikit infrastrutturale».
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
«È per questo motivo che il nostro mestiere non deve sottostare a pressioni commerciali» , dice Fiorenzo Milani, conosciuto da tutti con il nomignolo di “Cino” , una vita nel corpo dei piloti del nostro porto prima di diventare direttore di Fedepiloti, l’organizzazione nazionale di categoria. Ma adesso a Bergen, in quella Norvegia che si vanta di avere «le coste più sicure del mondo e le acque più pure», l’assemblea dei piloti portuali europei l’ha nominato vicepresidente continentale per un quadriennio.
Milani, 57 anni da compiere a agosto, è triestino solo per il certificato anagrafico: figlio di un conandante della Folgore, a Livorno ha fatto le scuole dell’obbligo e poi si è diplomato al Nautico prima di imbarcarsi a bordo della flotta pubblica del Lloyd Triestino con le prime portacontainer italiane sulle rotte all’altro capo del mondo fra Nuova Zelanda e Asia, poi alle dipendenze di Dì’Alesio («a 25 anni il mio primo imbarco al comando») e a 28 il concorso per diventare pilota.
«Ben venga – dice Milani – il fatto che il nostro settore sia stato escluso dal libero accesso al mercato: siamo gli “occhi” dell’autorità marittima a bordo e nella manovra di entrate e uscita dal porto, ne siamo l’organo tecnico per evitare che le ragioni del business portino a economizzare sui rimorchiatori o sull’apparato di sicurezza».
Quello del pilota è un mestiere «cambiato moltissimo negli ultimi anni», afferma il numero due: «Gli scali sono i porti storici: eccezion fatta per Gioia Tauro e Voltri, il resto – avverte – è grossomodo uguale a decenni fa. Ma nel frattempo il gigantismo delle flotte ha ingrandito a dismisura le dimensioni delle navi: quando ho iniziato io un traghetto poteva essere lungo 130 metri, ora è difficile trovare qualcosa sotto i 200 metri e molte navi da crociera superano i 300 metri di lunghezza. Da far girare all’interno di porti che hanno mantenuto lo stesso identikit infrastrutturale».
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