Il presidio
Lulli al traguardo della traversata del cuore
di Nicolò Cecioni
Da Capraia a Livorno sfidando la fatica per ricordare le vittime del Moby Prince, il giovane Jacopo e chiedere giustizia
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LIVORNO. Ha abbracciato il canottiere olimpico Luca Agamennoni come se fosse un fratello, poi è andato dal figlio Vito per ringraziarlo. E infine ha consegnato nelle mani di Loris Rispoli l’elenco con i 140 nomi delle vittime del Moby Prince così come quello di Jacopo (il ragazzo morto in un incidente in motorino del quale non si trova il responsabile) che ha tenuto con sé per tutti i 70 chilometri dalla Caparia al porto.
L’impresa del giornalista Sandro Lulli, per moltissimi anni firma del Tirreno, si è conclusa alle 17. 53 di fronte a una numerosissima folla che lo ha atteso per tutto il pomeriggio all’Andana degli Anelli. Proprio di fronte alla lapide che ricorda la tragedia del Moby Prince. Lapide sotto la quale ha deposto una rosa, prima di sedersi esausto e orgoglioso per ciò che aveva fatto.
«Le ultime due ore — ha detto con lo sguardo fiero e la faccia provata dalla fatica — sono state le più difficili, ma non potevo fermarmi. Su di me sentivo il peso di questa grande responsabilità che mi ha spinto ad arrivare fino in fondo. Il tempo è stato ottimo. Una giornata così bella non ce l’aspettavamo, ma non può essere un caso. Anche a Lampedusa e in Gorgona, durante le altre traversate compiute per chiedere giustizia, il meteo ci è stato clemente, significa che dobbiamo andare avanti alla ricerca della verità. Ringrazio tutti, dall’Svs alle persone che sono venute ad accogliermi».
Anche i delfini hanno voluto omaggiare Lulli, accompagnandolo per oltre dieci minuti nel primo tratto. «È stato un segno di buon auspicio — ha detto il figlio Vito — si sono messi a giocare con la nostra barca di appoggio e con quella a remi di mio padre. Eravamo partiti da poco ed è stato bello. Lui è andato alla grande, ha resistito 11 ore senza mai mollare. Alla fine ha anche un po’rallentato, per non arrivare troppo presto». Accanto allo stand dell’Svs che costantemente monitorava la situazione tramite un segnale Gps, anche il comandante Gregorio De Falco.
«Non può venir meno l’attenzione su una strage in cui sono morte così tante persone. La verità e la giustizia sono due cose che non devono essere concesse, ma devono essere un diritto preteso dai cittadini. Questo è quello che ci ha voluto dire Sandro con la sua impresa».
Applausi, strette di mano, baci, ringraziamenti. Con le mani distrutte dai calli e le gambe a pezzi per i crampi, prima di andare a riposarsi, Lulli ha voluto fare un ultimo sentito appello. «Se non lo avessi fatto per i 140 e per Jacopo, visto che avevo il suo nome a bordo, non ce l’avrei fatta. Avevo il fuoco dentro, Vecchioni dice che se ci abituiamo a fare solo quello che serve, diventiamo dei servi anche noi. Ho avuto la fortuna di conoscere persone speciali come Loris Rispoli, Luca Agamennoni e Gregorio De Falco. Questo è un paese che ti abbandona, che non dà riconoscenza. Sono persone che lottano, ma non sono soli. E i risultati si stanno vedendo. Finalmente la commissione parlamentare sta facendo luce sulla Moby. In Italia le stragi vengono coperte per difendere sempre i soliti. E questo non è giusto».
L’impresa del giornalista Sandro Lulli, per moltissimi anni firma del Tirreno, si è conclusa alle 17. 53 di fronte a una numerosissima folla che lo ha atteso per tutto il pomeriggio all’Andana degli Anelli. Proprio di fronte alla lapide che ricorda la tragedia del Moby Prince. Lapide sotto la quale ha deposto una rosa, prima di sedersi esausto e orgoglioso per ciò che aveva fatto.
«Le ultime due ore — ha detto con lo sguardo fiero e la faccia provata dalla fatica — sono state le più difficili, ma non potevo fermarmi. Su di me sentivo il peso di questa grande responsabilità che mi ha spinto ad arrivare fino in fondo. Il tempo è stato ottimo. Una giornata così bella non ce l’aspettavamo, ma non può essere un caso. Anche a Lampedusa e in Gorgona, durante le altre traversate compiute per chiedere giustizia, il meteo ci è stato clemente, significa che dobbiamo andare avanti alla ricerca della verità. Ringrazio tutti, dall’Svs alle persone che sono venute ad accogliermi».
Anche i delfini hanno voluto omaggiare Lulli, accompagnandolo per oltre dieci minuti nel primo tratto. «È stato un segno di buon auspicio — ha detto il figlio Vito — si sono messi a giocare con la nostra barca di appoggio e con quella a remi di mio padre. Eravamo partiti da poco ed è stato bello. Lui è andato alla grande, ha resistito 11 ore senza mai mollare. Alla fine ha anche un po’rallentato, per non arrivare troppo presto». Accanto allo stand dell’Svs che costantemente monitorava la situazione tramite un segnale Gps, anche il comandante Gregorio De Falco.
«Non può venir meno l’attenzione su una strage in cui sono morte così tante persone. La verità e la giustizia sono due cose che non devono essere concesse, ma devono essere un diritto preteso dai cittadini. Questo è quello che ci ha voluto dire Sandro con la sua impresa».
Applausi, strette di mano, baci, ringraziamenti. Con le mani distrutte dai calli e le gambe a pezzi per i crampi, prima di andare a riposarsi, Lulli ha voluto fare un ultimo sentito appello. «Se non lo avessi fatto per i 140 e per Jacopo, visto che avevo il suo nome a bordo, non ce l’avrei fatta. Avevo il fuoco dentro, Vecchioni dice che se ci abituiamo a fare solo quello che serve, diventiamo dei servi anche noi. Ho avuto la fortuna di conoscere persone speciali come Loris Rispoli, Luca Agamennoni e Gregorio De Falco. Questo è un paese che ti abbandona, che non dà riconoscenza. Sono persone che lottano, ma non sono soli. E i risultati si stanno vedendo. Finalmente la commissione parlamentare sta facendo luce sulla Moby. In Italia le stragi vengono coperte per difendere sempre i soliti. E questo non è giusto».
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