Il Tirreno

Livorno

«Non auguro a nessuno ciò che sto passando»

Parla la madre del giovane di 23 anni nel mirino delle presunte violenze: «È stata dura, ora è finita»

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LIVORNO. «Avere le telecamere in casa e collaborare all’indagine non è stato facile: ogni momento avevo il timore che mio figlio potesse essere picchiato. E alla fine purtroppo è venuto fuori che i miei sospetti erano fondati. Non auguro a nessuno di passare quello che stiamo vivendo».

Soffre la madre del disabile al centro dell’indagine dei carabinieri per maltrattamenti. Soffre per sé e per il figlio, che da 23 anni accudisce e ama. Quotidianamente. Condividendo con lui gioie, difficoltà, dolori. È grazie a questa profonda empatia che la donna si è resa conto che qualcosa nel suo “bimbo” non andava. «Ho cominciato ad avere i primi sospetti circa un mese fa- racconta la donna al Tirreno - Vedevo che mio figlio aveva degli atteggiamenti diversi dal solito: lo conosco da sempre e mi accorgo di tutte le sfumature nel suo comportamento, nei suoi sguardi. Ho intuito e poi constatato che in lui c’era qualcosa di strano: era diventato agitato e insofferente. E quindi mi sono fatta delle domande perché un motivo dietro a quel malessere ci doveva essere per forza. Per questo mi sono rivolta ai carabinieri».

Erano circa sette mesi che i due operatori sociosanitari indagati facevano assistenza al 23enne. «Io mi sono affidata a questa cooperativa più di un anno fa, ma in corso d’opera sono cambiate un po’ di cose: il nome è stato modificato e sono arrivate persone nuove - dice la donna - Come già nel passato, gli assistenti venivano per passare qualche ora con mio figlio quando io avevo da fare. Lui ha bisogno di assistenza 24 ore su 24 e quindi, affinché io possa svolgere delle commissioni, serve che qualcuno che mi dia il cambio. All’inizio loro due mi sembravano brave persone. Poi ho iniziato ad avere i primi sospetti, circa un mese fa. Ma chissà se la situazione andava avanti già da prima. Il punto è che a casa mia venivano sempre loro due perché mio figlio ha bisogno di stare con le stesse persone per stabilire un contatto più stretto e un rapporto di fiducia».

Il 23enne non è in grado di difendersi né di esprimersi in modo chiaro, ma la mamma lo conosce bene. E attualmente, anche se l’indagine è ancora in corso e se le accuse nei confronti dei due operatori devono ancora essere confermate, la donna è sconvolta. Ed è scettica all’idea di un eventuale faccia a faccia con loro. «Quando venerdì è avvenuto l’arresto io ero lì, in casa, sono io che ho aperto la porta ai militari - racconta la madre - È stato un momento bruttissimo, ma sono riuscita a mantenere il controllo. Non so se sarò così brava anche nel futuro. Se ci sarà un confronto tra me e loro non lo so, ma in questo momento non lo vorrei, e spero in ogni caso che avvenga davanti alle autorità». Questa storia ha avuto conseguenze sul 23enne. «Mio figlio è scosso - spiega la madre - fisicamente se la sta cavando, ma non sta bene psicologicamente perché per lui non è facile superare certe cose. Purtroppo si è reso conto di tutto».

La donna rispetta la decisione di ieri del tribunale di sostituire la misura cautelare degli arresti domiciliari con l’interdizione dalla professione per i due operatori. È fiduciosa nel lavoro della magistratura. «Quello che ha deciso il giudice va bene, l’importante è che non si ripetano più fatti del genere. Nessuno deve fare del male a nessuno, soprattutto a chi non può difendersi». ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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