Il Tirreno

Livorno

“Se dico Rom...” I luoghi comuni firmati dai media

di Ursula Galli
“Se dico Rom...” I luoghi comuni firmati dai media

Al centro Don Nesi la presentazione di uno studio che smentisce tanti stereotipi, anche a Livorno

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LIVORNO. Di cosa parliamo quando parliamo di rom? Basta partire dai numeri per capire che realtà e percezione della realtà sono molto distanti. Come è stato illustrato il 3 marzo nel corso di uno stimolante incontro all'associazione “Alfredo Nesi” in Corea, intitolato “Se dico rom. Come i media raccontano i rom”, in Italia ci sono 170mila rom al massimo, cioè lo 0,23% della popolazione. Su questi 170mila, la percentuale dei nomadi "veri" si aggira intorno al 5-10%.

A Livorno i rom sono circa 150 e di questi - viene sottolineato - solo 40 possono essere considerati nomadi, gli altri sono cittadini italiani, vivono in appartamento da anni, lavorano, mandano i figli a scuola. Quanto alla leggenda dei rom che rapiscono i bambini, non esiste un solo caso accertato in Italia negli ultimi 40 anni.

Dati che smontano molti degli stereotipi sulla stampa - specie quando si parla di invasione dei rom o si identifica il rom con il ladro, a prescindere - e ancor di più potrebbero smontare l'odio che scorre sui social e sui media online, se molti di noi non fossero accecati dalla paura e dal pregiudizio.

L'incontro è stato introdotto dal presidente della "Don Nesi", Renzo Bacci e da Stefano Romboli, che per l'associazione tra l'altro sta curando un osservatorio su media locali e rom e un progetto “I rom protagonisti si raccontano”, i cui esiti saranno presentati il prossimo 26 marzo in occasione della festa dell'associazione.

Riuniti il 3 marzo alcuni giornalisti cittadini (Alessandro Guarducci, capocronista del Tirreno, Antonello Riccelli, giornalista di Granducato Tv, Sergio Nieri collaboratore di Telecentro news, il giovane psicologo Michele Gnoffo, laureato in psicologia e in servizio civile alla “Don Nesi”, e Fanny Gerli, volontaria dell'associazione Naga di Milano nonché coautrice della ricerca “Se dico Rom”.

Quest'ultima ha sottolineato come certe notizie, distorte o costruite ad arte eludendo la Carta di Roma (una delle carte deontologica dei giornalisti) influenzino negativamente l'opinione pubblica. Eclatante il modo in cui, secondo la Gerli, la stampa ha trattato gli sgomberi dei campi rom portata avanti dalla giunta Pisapia. «Nessuno ha riportato il fatto che non si trattava di campi abusivi, ma di case concesse dal Comune, dove cittadini italiani di origine rom vivevano legittimamente da anni, molti avevano anche i figli anche andavano all'università. Le case sono state abbattute con le ruspe, le famiglie deportate in emergenza abitativa». L'unica cosa che è passata sulla stampa, secondo la Gerli, è che i rom andandosene hanno bruciato la loro roba. «Per forza, non volevano che qualcuno mettesse le mani sulle loro cose che dovevano abbandonare, lo avrebbe fatto chiunque di noi».

Guarducci è intervenuto ricordando il tragico episodio del 2007 dei 4 bambini morti a Livorno nel rogo di pian di Rota, raccontato dal Tirreno con pietà doverosa e spontanea, registrando però con stupore la reazione di una grande parte della città, che si definisce, per tradizione, accogliente ma che dimostrò scarsa partecipazione ed empatia e si ribellò pure alla sospensione di Effetto Venezia da parte dell'allora sindaco Cosimi.

Pur nella difficoltà di narrare i rom («se mi presento come giornalista per chiedere la loro versione su un fatto, i rom si defilano perché pensano che li voglia fregare, o che io sia amico di polizia o carabinieri»), Guarducci ha evidenziato come il Tirreno si stia impegnando nel linguaggio («scriviamo rom e non nomadi o zingari, così come non usiamo la parola clandestini quando si parla di richiedenti asilo») per diffonderlo nell’opinione pubblica.

La stessa sensazione, a proposito della difficoltà di relazionarsi, è avvertita da Riccelli, che, nel ricordare un progetto sociale di Granducato che aveva messo insieme studenti di varie provenienze, per far loro descrivere la propria unicità e ricchezza, ha sottolineato l'assenza volontaria proprio di ragazzi rom perché non volevano rappresentare se stessi. Riccelli ha quindi rilanciato: «Voi associazioni, che giustamente invitate i giornalisti al rispetto della Carta di Roma, cercate di mettere a contatto i rom con la realtà della comunicazione, fate sì che si interfaccino con chi gestisce i media, questo può essere un vero antidoto al pregiudizio». Le conclusioni sono state affidate a Nieri , che ha sollecitato un maggiore impegno dei giornalisti a riprendersi un ruolo di intermediazione che oggi è spesso superato dai social, dove circolano facilmente false notizie.

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